Zuccate



Lasciamo tracce, questo facciamo. Tracce sparse, alle volte.
Per questo si sente il bisogno di ricostruire una pista.

Zu, ovvero Giulio Pianese





Minuti

Ti doneranno un minuto per ogni sguardo irradiato, un minuto per ogni sorriso elargito, uno per ogni carezza regalata. Ti doneranno un minuto per ciascuno dei gesti sacralizzati, uno per ciascuna delle movenze che onorano l'essere, un minuto per ogni minuto movimento pieno di grazia. Un minuto te lo doneranno perché sei tu, uno te lo concederanno per riconoscerti, un altro lo disporranno per effigiarti e un altro minuto ancora per ammirarti. Un minuto sarà lì da sé, un altro minuto sarà lì da sempre, un minuto ancora e ancora un minuto si faranno tra loro compagnia. Il penultimo minuto annuncerà il sessantesimo e tutti insieme svaniranno per incanto, di colpo, ma pronti a riapparire quando verrà il momento di risarcirti.

* scritto da Zu il 24 marzo 2012


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Prendersi il tempo

Il linguaggio aiuta a capire meglio la realtà, non solo a fissarne qualche punto. Le altre lingue aiutano a capire meglio alcuni meccanismi, non solo a segnare qualche punto.
Così, per esempio, sapere che in inglese per "trovare il tempo" lo si deve "prendere" (infatti si dice "to take the time") è utile per rifornirsi della determinazione necessaria a dettare i comportamenti giusti, quelli che ti evitano di rimandare i contatti affettivi a momenti migliori che non arriveranno mai da sé.
Pensa a quel che conta davvero e agisci subito. Vai a trovare i tuoi figli o i tuoi genitori o i tuoi amici o i tuoi amori, attuali o futuri. Poi, certo, dovrai recuperare il da farsi in orari imprevisti, ma avrai spazzato via per sempre le nubi del rimpianto.

* scritto da Zu l'11 febbraio 2012


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Dimmi di sci

Non è certo un tormento
sciar nella tormenta
sebbene sia veloce
la pista che era lenta

Mi beo di questo spasso
sciando a più non posso
e al Passo della Croce
non mi spaventa il rosso

La neve intanto cade
ma dove vuoi che vada
ammanta tutto quanto
è quella la sua strada

Sulla vallata affaccio
coi fiocchi sulla faccia
e ne respiro il canto
che tanto mondo abbraccia

La cima è una pagoda
la vista mia ne gode
una magia soffusa
e la risata esplode

Però mi manca il sole
stanotte dormo solo
e senza le tue fusa
è come stare al polo

* scritto da Zu il 28 gennaio 2012


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Le dieci cose importanti

1. Non perdere la speranza e saperla trasmettere.
2. Essere vivo nel ricordo altrui e saper ricordare.
3. I miei figli.
4. La musica: da ascoltare, da sentire, se possibile anche da cantare.
5. Avere sempre voglia di spassarsela e di condividere esperienze e divertimento.
6. Continuare a intessere reti relazionali, nutrire le vie vecchie e nuove della comunicazione.
7. Scrivere, almeno ogni tanto, almeno un po’, per fissare in parole il divenire e magari anche per evolvere.
8. Non smettere di imparare: considerare la curiosità un valore e chiedersi di quando in quando Quand’è l’ultima volta che hai fatto una cosa per la prima volta?
9. Leggere, per perdersi e per ritrovarsi.
10. Gli affetti e gli amori, le gioie e perfino i dolori.

* scritto da Zu per SQL, 2 dicembre 2011


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Senza rete

Credo di sapere quando fu che mi spiacque scoprire che le cose finiscono. Dev'essere stato da bambino, con la tivù ancora in bianco e nero, senza telecomando e con soli quattro canali (primo, secondo, svizzera e capodistria). La triste scoperta dev'essere avvenuta proprio tramite la programmazione televisiva, o perlomeno questo è quanto la memoria emotiva ha archiviato e conservato, in quel modo vago e incisivo delle immagini sincretiche in grado nei sogni di comunicarci fulminee l'esatta istantanea del nostro stato d'animo, o d'anima, lampo intraducibile in parole se non a prezzo di lunghissimi e circonvoluti racconti, frustrati dall'assenza di simultaneità nel dire.

Dev'essere andata così: c'era un ciclo di trasmissioni, tipo forse Senza rete, che scandiva rassicurante l'apparente incuranza dei riti scontati. Le seguivo, magari con modesto coinvolgimento, probabilmente con un certo piacere. Poi un giorno, o piuttosto una sera, mi fu annunciato che la consuetudine settimanale si sarebbe interrotta, perché quella era l'ultima puntata. Che fosse l'ultima in assoluto o che si trattasse dell'interruzione stagionale, nulla cambia, giacché immutato fu per me allora il colpo, uno choc che evidentemente travalicava il fatto in sé, per avviluppare invece nel suo manto nebuloso l'intero tessuto del vivere.

Il punto era, è: le cose finiscono. Le situazioni non durano per sempre. Le esperienze non sono riavvolgibili. Bellezza, piacevolezza e tranquillità non sono sicure né controllabili. Sì, d'accordo, lo so, lo sai, poi c'è un'altra stagione, oppure ci sono altre cose, e pure nuovi inizi, ma. Il chiodino del piccolo lutto un buchino lo lascia comunque, il chiodo grande potrebbe addirittura martoriare. E allora? Beh, almeno aver cura di non lasciarli arrugginire: non rimanere mai, mai sulla croce, specialmente se sotto la pioggia. Ah, e fischiettare.

* scritto da Zu il 17 novembre 2011


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Come e quanto

Come saranno i fuochi d'artificio della festa più bella che i sogni ti abbiano permesso d'immaginare? Quanto sarà ampio il luogo destinato ad accogliere tutti gli amici e le persone a te care di tutti i tempi?
L'immagine perfetta del desiderio bambino permane, per quanto impolverata dal lungo oblio. La sua ingenuità non si confonde con le imperfezioni di realtà casuali, non si scontra in competizioni. Quel prato cintato intorno alla villa l'hai visto o creato nella tua mente e sai bene che lì dentro non si patisce disagio, che il conflitto non vi trova piede, che è un piccolo paradiso con la verità di una fiaba.

Come sarà il nostro vivere alla rincorsa dell'improbabile? Quanto saranno difficili da scovare le pietre preziose al naturale, ascose lucentezze indistinguibili all'occhio avido?
Lo sguardo dentro il buio ce lo insegnarono di nuovo, di nuovo apprendemmo a fidarci dell'emanazione, a procedere tentoni risalendo il corso del tempo e così ritrovarci. Nessun percorso fa paura di per sé quando la mano e la mano si cercano, quando le dita ridisegnano volti, quando le carezze tracciano profili richiamando l'anima all'epidermide che risuona di armoniche.

Come saranno gli istanti presenti quando non esisterà un quando? In quanto tempo il tempo si annullerà nell'essere, quanto durerà per ciascun petalo il meraviglioso schiudersi?
L'eternità verticale di un momento magico non è più illusoria di tutto il resto. L'immensa vertigine del bello incontenibile si specchia in una bolla di saliva gonfiata per gioco, s'insabbia tra le curve di una pista per le biglie, risuona nel rimbalzo di un pallone sul cemento, odora di cantine scavalcate a nascondino, ha il gusto di una mela presa a Dio nel suo giardino.

* scritto da Zu il 9 ottobre 2011


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Posizione linguistica

Nel tempo la lingua si evolve e sono certamente numerosi i vocaboli che utilizziamo con un senso diverso rispetto a qualche secolo fa. Ciascuno (nel rispetto della chiarezza comunicativa) procederà a suo gusto riguardo ai criteri temporali e culturali, ma è imprescindibile essere custodi di una consapevolezza linguistica che in generale aiuta a evitare l’appiattimento mentale dei tormentoni svuotati di significato.

* scritto da Zu nei commenti di friendfeed, 25 settembre 2011


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Cosa vuoi fare

"Cosa vuoi fare nella vita?"
"L'amore."
"E poi?"
"F5."

* scritto da Zu su Google+, 27 agosto 2011


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Per un momento

Per un momento importante, a nulla vale scegliere un posto speciale se non si è in grado di rendere speciale un posto qualsiasi.

* scritto da Zu su twitter, 13 luglio 2011


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[piacere di conoscersi]

fatti toccare la pelle dai miei polpastrelli
come fossi un'anima in braille
fatti decifrare
attraverso un percorso di carezze
di baci
di sussurri
poi esplorami mentre ti mangio

* scritto da Zu per Lessico da amare, 18 giugno 2011


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Uno di questi giorni

Cosa si può dire alle persone care di un'intera vita, lontane nel tempo o nello spazio? Così scrivevo ascoltando One Of These Days di Neil Young poco più di un anno fa. Riascolto il pezzo e le parole, mi tocca e lo capisco perché so che non ci si perde, anche quando sembra che. Lo so per esperienza, e sebbene poi i successivi distacchi non siano meno dolorosi, anzi, insisto ad affermare che è bello, è umano, è meglio rimanere collegati tramite fili invisibili, elettrodi dell'anima che quando si tendono danno strappi in mezzo al torace, vicino al cuore, ma che quando trasmettono danno energia a tutto l'essere.

Il testo dice più o meno così:

Uno di questi giorni mi siederò a scrivere una lunga lettera a tutti gli amici che ho conosciuto e proverò a ringraziarli tutti per i bei momenti passati insieme, anche se siamo cresciuti così distanti.
Uno di questi giorni mi siederò a scrivere una lunga lettera a tutti i buoni amici che ho conosciuto, uno di questi giorni, e non ci vorrà molto.
Ringrazierò quel vecchio violinista country e tutti quei ragazzotti rudi che suonano rock and roll. Non ho mai cercato di bruciare ponti, anche se so di aver trascurato alcune cose buone.
Uno di questi giorni mi siederò a scrivere una lunga lettera a tutti i buoni amici che ho conosciuto, uno di questi giorni, e non ci vorrà molto.
Da Los Angeles fino a Nashville, da New York alla mia prateria canadese, i miei amici sono sparsi qua e là come foglie di un vecchio acero. Alcuni sono deboli, altri forti.
Uno di questi giorni mi siederò a scrivere una lunga lettera a tutti i buoni amici che ho conosciuto, uno di questi giorni, e non ci vorrà molto.


* scritto da Zu il 2 maggio 2011


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Oggi e sempre

Non c'è foto che tenga, figlio mio. Non c'è macchina da immagini abbastanza capiente, non grandangolo sufficientemente ampio, non esiste diaframma tanto sagace né obiettivo davvero capace di catturare tutto quel che smuovi tu e che il grandanimo effonde guardagodendoti nel naturale essere.
Il cielo, il caldo, la campagna a cinque passi dal solito ristare, una passeggiata tante volte esperita e sempre diversa, stavolta di più perché, ci rendiamo conto dai colori, per la prima volta è in primavera. Si dice che il mare sia blu e invece ne conosciamo le innumerevoli sfumature: lo stesso è per il verde del prato, lo vedi, lo vediamo. Poi, poco prima di dov'era quella volta il riccio, ecco i fiori viola delle ortiche, ben frequentati da bombi golosi. L'aratura marrone del granturco e poi di nuovo l'erba, morbida, giustaccogliente per sdraiarsi in un po' d'oblio.
Una fioritura bianca da andare a veder da vicino, nuovo spettacolo in ogni singolo fiore, rami da accarezzare, boccioli da incoraggiare e la magia del guardarli da sotto in su, spillone emotivo a trafiggere in unica estasi cuore occhio e cielo. La condivisione raddoppia il piacere, ne conveniamo. E poi ti vedo partire di corsa e tuffarti nell'erbetta alta, e percepisco l'enormità di un lievitare, dietro lo sterno e fino in gola, da cuorpompante che parola non cattura, per la felicità dell'essere, effimera ed eterna per ciascun istante. Non ho di che fissare in oggetto quel momento, ma non c'è foto che tenga, figlio mio, gioia grande. Sii.

* scritto da Zu il 4 aprile 2011


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Turzo

Ieri ho fatto cinquantaquattro vasche. 54 per me non è un numero qualsiasi: invariabilmente nel pensiero mi si associa al cavolfiore e al suo torsolo.
Bisogna sapere che in casa mia si è sempre parlato a numeri, quelli della smorfia, o cabala napoletana, giacché nei numeri del lotto era il mestiere di mio padre e di entrambi i suoi genitori. Già ho detto di mio nonno e della sacralità che per me da bambino rivestivano le estrazioni del lotto. Quello che forse non ho mai scritto è che per me e i miei fratelli è sempre stato normale sentirsi chiedere dove fosse il 50 (pane) al momento di mettersi a tavola, chi avesse voglia di preparare il 34 (caffè) o se avessimo abbastanza 46 (soldi) in tasca prima di uscire. Il significato era per tutti quanti talmente ovvio che in caso di corrispondenze con termini sconvenienti, il numero veniva pronunciato a bassa voce o comunque in modo più discreto: era il caso del 18 (gabinetto) o dei vari riferimenti erotici: 6 e 29 (organi genitali femminili e maschili), 16 (il posteriore), 28 (le zizze).
Tornando al 54, mio nonno lo usava nella particolare accezione del "turzo 'e cavoliciore", che denota non troppo sgarbatamente una persona fessacchiotta. In effetti un po' fesso lo sono, però, come il cavolfiore, cotto son buono, assaggiami: ho un cuorcontento grato alla vita, gratinato d'amore è la morte mia.

* scritto da Zu il 22 marzo 2011


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[nostalgia]

Piove, ma piove solo fuori, oggi. Piove, ma io sorrido. Sorrido, ma ho nostalgia di te. Ne ho sulla bocca che vuole ripercorrerti, nella bocca che vuole riassaggiare i tuoi sapori. Ho nostalgia di riannusarti la pelle e sentire il tuo respiro che cambia percependo il desiderio. Ne ho sul torace, che brama di accoglierti, di risentirti appoggiare, prima o dopo o durante o sempre ogni volta che vuoi. Ne ho, nostalgia di te, sulla pelle che chiede il contatto con le tue mani, le tue, di donna e fanciulla e compagna selvatica ma che sa esserci, quando vuole esserci. Nostalgia di posare per un momento insieme lo sguardo sul mondo, che si fa più bello così. Nostalgia golosa di rivedere le tue forme, i tuoi occhi, coi miei deliziati dalla curva tra le tue cosce e il bacino goloso di accogliermi, di prendermi per essere presa, per godere della voglia animale e anima-le. Sorrido, ma ho una nostalgia struggente di te. Non ho cambiato idea. Mannaggia. Sorrido, piove, ti sorrido e ti desidero ancora, ogni volta per la penultima volta.

* scritto da Zu per Lessico da amare, 17 febbraio 2011


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2011

...siccome non è bene rinunciare al sole pur di ripararsi dalla pioggia, non ti auguro un anno senza lacrime, ma che per ogni lacrima ci siano mille sorrisi.

* scritto da Zu il 1° gennaio 2011


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I sette palazzi celesti

Dei sette palazzi celesti, sei sono stati visitati; ne rimane uno.

Alla base del primo stavano tante persone, ma nessuno che conoscevo. Tenevo il braccio alzato per far stare la mano in una mano più grande della mia, quella di un gigante buono che m’accompagnò fino al portone e mi lasciò lì. Non sapevo che fare, ma alla fine qualcuno mi tirò dentro e varcai così la soglia. Dietro al portone c’era un cortile, dietro al cortile qualche scalino e un salone vasto quanto il mio smarrimento.

Il secondo palazzo s’ergeva addobbato. Il bambino credeva a tutto, da sveglio come nei sogni, tra incanto e paura. Tutto il mondo lo cingeva da presso, a portata di pensiero onnipotente. Le parole operavano magie, ma non c’era niente da ridere su questo. La ridarola scoppiava da sé per tutt’altro e nei momenti sbagliati, con la complicità dei suoi pari.

Non sapevamo che il terzo di quei sette palazzi avesse fondamenta tanto estese. Né che i suoi tre pilastri attraversassero le dieci stanze più importanti. Stupimmo al cospetto della splendida coppia di custodi che senza proferire verbo ci guidò al Voi siete qui di una mappa dai nomi impronunciabili. Non immaginavamo fosse per noi quell’albero da giardino d’inverno, con le sue enormi radici e promesse di frutti.

Voi che laggiù bussate e ribussate, belluini d’urla, al quarto palazzo, o stolti o ebbri smarriste la chiave o il pertugio, bestie, restate all’addiaccio, veh, lo scherno vi si ritorca contro, e la burla, e la screanza delle fiche, sciò, e se pisciate sull’uscio, oh, vi colga la pioggia di questo orinale.

Tu eri bella mentre guardavi in su lo sfolgorio delle polveri luminose, semiaccecata zdora curiosa dei lavori in corso al quarto piano del quinto palazzo. Tu eri lì e guardavi e i raggi obliqui guardavano te, quei raggi ti baciavano indorandoti. Nessun bisogno di entrarci, nel palazzo, per saperne la storia: te l’eri già fabbricata in testa e nello sguardo, bello come eri bella tu; come lo sei ora, a guardare in su lo stesso sfolgorio, bella.

Il sesto palazzo celeste lo raggiunsero nottetempo, mentre vasi di ghiaccio si scioglievano tra luci incerte e prove di concerto. Le voci, le loro, s’intrecciavano al rimbombare delle note, ai clic di una fotocamera inadeguata, ai battiti di un meravigliarsi fuori dal tempo, al respiro di spazi da campire, fondendo i colori in un paesaggio di rovine troppo antiche o di là da venire.

Dei sette palazzi celesti, sei sono stati visitati; ne rimane uno. Conterrà le persone e gli addobbi e le stanze e i pilastri e i pensieri e gli incanti, brillerà con le mani di risa e magie con le urla di baci e di canti, suonerà senza tema di sbagli tra luci le voci di non si sa quanti: il settimo dei sette palazzi celesti è già e già non è.

Voglio tornare a vedere i sette palazzi celesti.

* scritto da Zu per Post sotto l'albero, 11 dicembre 2010


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Preghiera

Temporale, musicami la notte, lava via le distanze, ravvicinami il tempo, inzuppami il sogno, annaffia le voglie, ridammi il mio bene. Amen.

* scritto da Zu su twitter, 16 novembre 2010


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[infinito]

Dietro le nuvole perlacee so che il sole c'è e lo saluto, respiro l'aria fredda, spaziando nella memoria del futuro mi lascio toccare dal tempo che avvolge, tra piccole scosse acquamarina e terra rossa aspetto che il cielo torni a scaldare, e traboccar m'è dolce in questo amare.

* scritto da Zu per Lessico da amare, 23 ottobre 2010


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R&B

Rhythm & Blues, musica che racchiude un'intera storia: rhythm, l'intensità di quando ci vediamo; blues, la malinconia di quando mi manchi.

* scritto da Zu su twitter, 21 settembre 2010


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Rifulgenti Nuove Albe

Avevo il laringoscopio su per il naso e giù fino in gola (e ogni volta l'effetto mi fa ripensare con ammirato stupore a certe prestazioni graziosamente elargitemi), una dottoressa con mascherina (poi se l'è tolta, che carina) e un dottore (uno serio, anche se alla prima visita ridemmo un sacco), ero occupato a non tossire e mentre li sentivo discorrere sulla detersione del glottide capto alcune parole lasciate scivolare con nonchalance: la neoplasia non c'è più. Così, quasi fossero scontate. Estraggono la fibra ottica dalle mie cavità, appena il tempo di riprendermi e chiedo se ho capito bene. Alla fine, chiedo di nuovo conferma e se posso divulgare la notizia.
Poi esco nel corridoio e la prima persona alla quale lo comunico è una sconosciuta con cui avevo chiacchierato in sala d'aspetto, incoraggiandola sulla risoluzione del suo problema. Ci abbracciamo. È vero che sono affettuoso ed espansivo, sprimacciatore mi chiamarono e strafugno, però in quell'istante capisco che al di là delle considerazioni razionali che mi facevano attendere l'esito del controllo come si attende il responso del meccanico al momento della revisione biennale, c'era in me un carico emotivo stivato sottocoperta, lo stesso che all'uscita, mentre iniziavo a comunicare la rassicurante notizia ad alcune persone care, mi faceva avvertire un nodo di commozione tendente a sciogliersi proprio lì, in gola, dove deve tornare a vorticare per bene il chakra blu, quello dei 16 petali.
E quello sarà il prossimo passo, per tornare a parlare senza fatica e, auspicabilmente, a cantare (questo l'ho promesso e in qualche modo, non so ancora come e quando, lo farò).
Intanto, grazie per i bei pensieri e i sorrisi, per le dita incrociate e i sogni portafortuna, per le onde positive e il bene diffuso, per gli abbracci e per i baci, per la felicità.
E naturalmente, grazie ai medici del San Pio X che a marzo scoprirono il carcinoma alla corda vocale destra e ai radioterapisti di Niguarda che, a quanto pare, l'hanno debellato.

* scritto da Zu il 5 agosto 2010


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Al

Alzheimer: momento in cui l'unico passato che rimane è quello di verdura.

* scritto da Zu su twitter, 8 luglio 2010 (e ancor prima in ff)


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Dalla terra alla luna (e ritorno)

Ho iniziato il viaggio senza pensare a portarmi un foglio e una matita. Ora che vorrei scrivere, non so come fare. Vorrei farlo per tener fede a una promessa, ma anche per me. Potendo, scriverei sulla tua pelle, lo sai, e invece la distanza materiale è molta, moltissima, troppa, la traiettoria è lunga quanto uno sguardo che si perde. Il mio però stasera non si perde, no, ché il plenilunio ha sempre la capacità d'attrarlo e attirarlo, dunque guardo dritto e anche dove vedo vuoto so che non cadrò.
Vado e vado e vado, sto andando non evado, procedo senza perdere il mio su e giù e qua e là, stavolta son io a dir non ho paura e lo dico perch'è vero, non è una fuga, è un viaggio senz'altra valigia che i ricordi futuri, quelli che si specchiano sul vetro quando fuori il blu scuro e l'azzurro chiaro si ribaltano, quando ringrazi la capsula e la buona stella per non esser già cenere e lapilli e sorridi al respiro che galleggia davanti al tuo stupore.
Lassù si troveranno tutti i folli descritti dagli affabulatori notturni e chiederanno tu vieni dalla Terra, io risponderò terra minuscolo, leggi bene, vengo dalla terra e alla terra tornerò, ma non senza un giro un respiro un sospiro e un altro, bonus, giro. Il bonus è importante, forse è il segreto di tutto: come quando una vacanza sta inesorabilmente terminando e t'inventi una deviazione, una sosta, un'ultima cena, qualsiasi gradevole iniziativa per sapere che non è mai finita, o che se finisce sarà un poco più in là, dopo quell'ennesimo godimento.
Le vertigini che potevano far capolino o addirittura esplodere paralizzanti sembrano un ricordo lontano, ma se ci penso capisco esattamente dove e quando si rifaranno vive. Tra stomaco e pancia, al momento del rientro. Al ritorno, quando si torna giù (per quanto siano il giù e il su, come pure il qua e il là, effimeri), c'è quello stacco, quell'inversione come sulla giostra più alta dalla quale non puoi più scegliere di scendere e da cui non avrebbe senso buttarsi per evitare la paura di cadere, è lì che il vuoto e il suo senso faranno sudare le mani e atrofizzare i gesti, ma forse questa volta ci sarà un antidoto, forse questa volta basterà ricordarsi che a destinazione c'è la vita, tutta. E che la vuoi riassaggiare e ancora respirare e di nuovo celebrare, tutta.

* scritto da Zu il 27 giugno 2010


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Seme di mela

Raccoglilo e prova ad accarezzarlo prima di gettarlo nell'umido. Non t'aspettare chissà cosa, turbinio d'artificio o che, ma sentilo, guardalo, ascoltalo.
Quel che conta è spesso fatto di sfumature, da cogliere tra le righe, da captare nelle cromie di passaggio tra le vibrofrequenze, da percepire sui polpastrelli tra una carezza e l'altra.
In un seme, quel che conta è fatto soprattutto di futuro. Una presenza timida e minuta che si fa potenza come sospensione di senso. Un'attesa muta e tranquilla.

In teoria: perché in verità, un seme è anche il ricordo della mela appena mangiata. Della fisicità organica, della meraviglia di esserci materialmente.
E nel contempo, il simbolo della volontà di rimanere nell'Eden, o di tornarci. Di tornarci a buon diritto, ritrovando un proprio personale paradiso, una volta imparata la capacità di perdonarsi comprendersi amarsi, cellula per cellula per cellula, dove risplenda parcellizzata la luce d'una divina umanità.

Semino di mela, le portavi scritte talmente in piccolo queste cose che per leggerle mi son dovuto affidare al sussurro di un cricetino, che ora però ti vuole mangiare: non te ne avere a male, né tu né il potenziale albero.

* scritto da Zu il 20 maggio 2010


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[sogno nel sogno di un sogno]

Vegli, veglio. Dormi, veglio. Leggo. Veglio, dormi. Dormo, sogno. Sogno di me che ti veglio e che dormo e sogno che ti sogno. Soglia tra sonno e veglia. Ridormo, dormi. Risogno di te che nel sogno dormi e di me che ti veglio e ti voglio. Risveglio. Bisogno di te. La voglia dal sogno ti veglia e al tuo sonno bisbiglia: Dormi, ti veglio. Ti voglio.

* scritto da Zu per Lessico da amare, 3 aprile 2010


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Fantabolario

Lingemiranza, s.f. - momento in cui bisogna saper mantenere quel minimo di sangue tiepido da apprezzare verbalmente i completini intimi prima di strapparli via a morsi.

* scritto da Zu in un commento su friendfeed, 19 marzo 2010


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Guardando in su e in giù

Oggi a guardare in su si vede fino alla stratosfera e si coglie appieno il senso dell'espressione "bellezza celestiale".
10:19 AM Feb 2nd

Quando la vidi, cominciai a credere in Dio, che a sua volta mi diede dapprima prova d'amore e poi d'ironia.
5:15 PM Feb 2nd

C'è uno spiraglio in ogni cosa e la luce entra da lì. Stamane il cielo illustrava Leonard Cohen, ora non sa se colorarsi o far l'elusivo.
February 3 from Gmail/Google Talk

Stasera è la volta di Marte in un cielo stellato con nuvole bianche a mo' di sipario aperto.
10:20 PM Feb 3rd

Se hai modo di festeggiarlo gaudiosamente mischiando umori in lenzuola disfatte, bene; altrimenti, san Valentino, lascialo perdere.
9:05 AM Feb 11th

c'è un sole che bacia, proprio
February 20 from Gmail/Google Talk

Questa sarebbe una notte di luna piena e anche se siccome piove la luna non si vede, io me la ricordo, tutta quanta me la ricordo.
11:39 PM Feb 27th

Mentre guidavo un dolcissimo flash / di notti d'estate nei campi con te.
9:57 PM Feb 28th

* scritte da Zu, febbraio 2010


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[criteri]

Come per gli amori, così per le canzoni: la musica che fa per te è quella che non interromperesti mai per metterti ad ascoltare qualcos'altro.
Come per la grande musica, così per i grandi amori: li riconosci da come avvolgono il mondo, come diventano il mondo, da come non smetteresti mai di godertene le vibrazioni.
Mentre ascolti e poi, per fortuna e purtroppo, mentre ricordi.

* scritto da Zu per Lessico da amare, 29 gennaio 2010


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Come un cioccolatino

Ogni giorno un compleanno, ogni giorno come un cioccolatino dell'Avvento, ogni anno mi ricordo che ne compi, mi ricordo di te, di te, sì, proprio di te e di te soltanto che ne compi, che ne compi un altro. E festeggio se festeggi, con te se me lo dici, festeggio con te, dico, se me lo dici che vuoi festeggiare anche con me.

Ne compi un altro perché è proprio in quel giorno che nascesti, ogni anno ne compi e ogni anno si festeggia se ti lasci festeggiare, se lo dici o se lo fai almeno capire, almeno capire, dico, che vuoi festeggiare anche con me o almeno lasciarti festeggiare.

Meglio se proprio in quel giorno che nascesti, perché è meglio festeggiare nel giorno giusto, secondo me, che sarà anche una fissa, quella del giorno giusto, ma intanto. Comunque è come decidi e come dici, se dici che vuoi festeggiare in un altro giorno anche se non è il giorno giusto, allora facciamo in quell'altro giorno, se vuoi festeggiare, o almeno lasciarti festeggiare.

Perché ogni giorno di ogni anno ti ricordo, ti ricordo ogni giorno e non solo quando è il giorno giusto che ne compi, che ne compi un altro. E son lì che aspetto, ogni giorno, ogni giorno che ti ricordo son lì che aspetto di festeggiare, se mi dici che vuoi festeggiare o se almeno lo fai capire.

Festeggiare che nascesti e che me lo ricordo, che ce lo ricordiamo e che vuoi ricordartelo o almeno lasciartelo ricordare. Ed è cosa buona e giusta, giusta anche se non è nel giorno giusto, buona come un cioccolatino, uno per ogni giorno, uno per ogni ricordo.

* scritto da Zu per Post sotto l'albero, dicembre 2009


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Felicità

io una volta che ero felice me lo ricordo che lo volevo anche dire ma non mi venivano le parole o forse è che avevo la bocca piena di baci.

* scritto da Zu nei commenti di Sidgi, 10 novembre 2009 (e rilanciato da Mistro et al.)


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Up

Credevo che Up fosse un film sui meccanismi di friendfeed, invece è bellissimo. Ha dei dettagli di una delicatezza estrema: dietro l'intreccio, una storiellina bislacca fruibile anche solo superficialmente, ho creduto di percepire i fili che collegano la narrazione piana alla raffigurazione dell'indicibile, con un gioco di elastici tra limiti e slanci della condizione dell'umano vivere. Malinconia e capacità di reazione, ancoraggio al vissuto e crescita evolutiva (questo anche a livello di simbologia materiale). Non avevo visto i trailer, anzi non ne sospettavo nemmeno l'esistenza ed è stata dunque una sorpresa totale ritrovarmi a ridere, divertirmi, emozionarmi, perfino commuovermi dietro gli occhiali da 3D. Oltre a soffrire un po' di vertigini.

* scritto da Zu su friendfeed, 25 ottobre 2009


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Qualcosa d'irresistibile

I tuoi capelli lisci e scuri, i tuoi boccoli biondi, la testa reclinata sulle mie ginocchia, le labbra che ancora non conoscevano lingua, il verde montano del tuo sguardo in campo d'ambra, quei due laghi azzurri incorniciati da chiome di grano, i baci timidi, l'audacia frammista a ritrosia, il calore ripetuto della passione a sorpresa, il bacio perfetto, le fossette lombari del tuo bacino mediterraneo, i tuoi mugolii da fuochi d'artificio continui, il prorompere dei tuoi seni al nostro primo lento, il sorriso bagnato quanto l'erba del giardino, l'incredibile creatura in carne e curve, il suggello di una luna rossa, la dolcezza consapevole, l'avventura di musica e parole, il batticuore dell'impeto, lo sfizio del desiderio condiviso, le vibrazioni radiose, le sontuose cavalcate e disperanti, le carezze del toccar con mano l'ineffabile, la complicità ormonale, il sudore totale, la moltiplicazione dell'essere, l'orgasmo dell'anima, lo sguardo a ventosa, i tuoi gesti di appartenenza, l'offerta, i portafortuna, le affettuosità terapeutiche, il ruggire del godimento, la golosità del gelato, la soavità dello scoprirsi, la grandezza del riconoscersi, la rinascita delle riaperture, la bellezza che sa illuminare, la speranza che fa innamorare.

* scritto da Zu il 9 settembre 2009


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L'isola magica

È una delle più grandi e antiche dell'intero Mediterraneo e dà il nome a una birra. Andrò sulla costa, ma quando sono su quella terra, anche al suo bellissimo interno ne percepisco l'energia che sale dalle piante dei piedi pervadendomi l'essere.

* scritto da Zu e ripreso da mastrangelina l'8 agosto 2009


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Sedici petali

Le carezze delle nubi alla luna hanno forma di carta da musica. Stelle cadenti non si lasciano ancora vedere, ne fanno le veci le lucciole. Pulsar rimpiazzano palpiti spenti nel blu. Ficca gli occhi nell'illusione di spazio profondo lassù, sarà la mente a cullar via il lamento, a tramutarlo in nenia e poi in canzone. Allora voce chiami canto chiami linfa chiami sangue chiami umori ed il pulsar sarà dei battiti. Affonda l'ascolto ficcante nel profondo del tuo spazio e cogline la forma, riscrivila in musica e mettila su carta, ché possa riaccarezzar la luna.

* scritto da Zu il 12 luglio 2009


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Succede se non hai l'iPod

Vado. Spengo e vado. Per una corsetta, che mi ci vuole proprio. L'essenziale e via al parco Nord: entro, guardo, respiro, una specie di saluto al sole per sgranchirmi, un minimo di stretching zona lombare e gambe e parto, senza indugiare all'ascolto del bonghista, che sarà lì anche al ritorno, né alla tentazione di attaccare bottone con la studentessa seduta all'ombra. Il corridoio di chiome arboree incornicia la vista, procedo e senza forzare mi beo del piccolo privilegio. Corricchio in relax, tranquillo osservo la serenità del circondario, talmente tutto grazioso e benevolo da farmi sospettare un truman show di cose e persone e perfino animali, complici. Avanzo, ancora senza sudare.

I pensieri cominciano a vagare altrove, vedo perfino una che assomiglia a. Corro torcendo il collo per un po', ma è impossibile, e poi comunque. I pensieri vagano perché non è come quando fai la forma, capace di impegnarti tutta l'attenzione lasciandoti solo la pace dell'essere presente. E allora rimedio intimando alla mente di mettersi a contare le foglie, tutte quante, tutte le foglie di tutti i rami di tutti gli alberi che costeggiano la stradina e anche di quelli che formano il fondale oltre il prato laggiù. Mi supera uno, in forma e fiato, non me ne curo ma un po' lo prendo da sprone e tuttavia continuo a non forzare punto. Torno dallo sterrato, tun-tà tun-tà, il ghiaino si fa ascoltare e insieme parte una melodia nella testa, ma il ritmo lo danno grilli e cicale, concertino cui si uniscono cinguettii vari. Dal film al cartone animato si passa quando scorgo il cane amico del vecchio Fido in Lilli e il vagabondo, accucciato nell'erba presso il padrone che gli volta le spalle, seduto su una panchina discosta dal passaggio. Una coppia m'incrocia, lui troppo magro lei troppo cicciottella, ma poi riguardandoli lui non sta male e lei ha occhi dolci e belli. Una sirena prona si rimira i piedi, chissà sognando una pinna caudale.

Intanto comincia il sudore a ruscellare di lato. Gli occhi rimangono protetti dalle sopracciglia, visto a cosa servono i peli, ripenso a quel thread, dov'era già, su un feed, no era al bar e le fazioni erano due. Io sto con i peli, mi piacciono insieme agli umori, quando mi piacciono. La volta delle frasche crea un tunnel ombroso e aumento un pochino il ritmo. Ritorna anche il ritmo nella testa lo fanno le api lo fanno gli uccellini facciamolo anche noi innamoriamoci. Eh, non ho l'iPod ma la musica arriva comunque, tu invece lo stai programmando, no, forse stai mandando un messaggio, immagino rimirando la linea morbida di quei tratti assorti.

Si riesce al sole e alla calura e l'ultimo raccordo del giro lo cammino, mentre lo sguardo abbraccia il panorama e il suo respiro, fronde al cielo solcato da strisce bianche come desideri, il pulsare di un qui e ora quieto di parca soddisfazione, quella di chi ricorda ma non si strugge. Vivo e traspiro, traspare al mio vivere il mondo.

* scritto da Zu il 24 giugno 2009


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Varie

Ieri ai giardinetti ho giocato a pallone contro tre umpalumpa (più uno in porta).
May 27

Da un anno fa è passato solo un anno, giusto? E il fatto che mi sembri una vita dovrebbe essere un buon segno d'intensità, vero? Beh, insomma, bisogna autoconvincersi che la marea porterà altre deliziose sorprese, come disse il naufrago.
May 7

Al secondo divorzio, in quattro e quattr'otto il premier risponde a terzi: "Rimango un paladino della famiglia e questi fatti non vi riguardano." E soggiunge, con una zaffata d'orgoglio stallatico: "Per noi, la famiglia è cosa nostra."
May 4

* scritte da Zu su friendfeed, maggio 2009


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Cicaleccio

è così una bella giornata che non ho bestemmiato nemmeno dopo aver starnutito con una tazzina di caffè bollente in mano
12:13 PM Apr 13th, 2009

Ululunapiena
1:07 AM Apr 10th, 2009

Non si trovano più floppy disk da quando ci sono in giro delle geek troppo fighe.
11:16 AM Apr 1st, 2009

* scritte da Zu su twitter, aprile 2009


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Cuorcontento

Spesso mi basta il cielo azzurro per sorridere alla magia del vivere.

* scritto da Zu su Facebook il 9 marzo 2009


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[tesoro]

Quel che val davvero la pena custodire è il permanere eterno di ciascun qui e ora vissuto nell'amore totalizzante.

* scritto da Zu per Lessico da amare, 28 febbraio 2009


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Aggiornamento meteo

Quando la neve scende
con precipitazione
ti bagna, si scolora
e in pioggia cambia il nome.
Il bianco manto allora
diventa una poltiglia
e la magia propende
a farsi parapiglia.

* scritto da Zu su Facebook il 2 febbraio 2009


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La merla di Schrödinger

La merla di città
è in situazione dubbia
o viva o morta sta
tra gelo buio e fubbia.

* scritto da Zu sullo status di Gmail il 30 gennaio 2009


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Al vento decembrino

Quante volte la puoi vedere l'alba, in un giorno e una notte? Quante, se orbiti a velocità doppia rispetto alla rotazione di questa terza pietra dal sole, quante se lo fai in senso contrario al giro di questo comicissimo calcinculo? Ti lascio a calcolare, io non ce la faccio, non mentre sto battendo i denti dal freddo e tremando per intero dall'emozione.

Il bello è che non so mica se sto sognando, e poi dico il bello ma dovrei dire l'inquietante, l'inquietante è che non so mica se sono vivo e da dormiente sto sognando o se son morto e da morto m'immagino d'essere ancora, o in essere sussistere, alias esistere a prescindere dal fatto di pensarmi vivo. Pensarmi, ché sapermi sarebbe troppo, troppo.

Sfrecciamo sfrecciamo, dietro ai quadrupedi, otto o più quadrupedi cornuti, e chi ce la fa a contare, non da qui, aggrappato ai lembi del costume rosso e bianco del panzone che non cessa d'esclamare e ridacchiare, con tutto quel tremolio di abbondanza carnale grassa di tosse grassa e di scorregge sonore ridancianamente attribuite alle renne.

Si gira e gira e gira e la musica è pacchiana, roba da littelitali, chissmigudnàit e pastaeffasùl, ed ecco che l’orbita si stringe e al terzo o quarto giro ravvicinato si vedono le cose tali e quali a gughelmapp, che impressione mammamia e chi se lo immaginava, mai stato su un aereo, nemmeno in sogno, nemmeno per sogno.

Poi la musica cambia, non la riconosco, case e territori tra le acque, specchi bagnati dalla luna. Ora si scende in un giardino, sento le voci dentro e una bimba che pronuncia una specie di preghierina, non distinguo le parole tranne machtmiblai che mi ricorda qualcosa, come un battito d'ali di farfalla e un grazie che soffia quasi fosse polverina magica su su su...

Su fino a Santa Claus o San Nicola o Sinterklaas e m'accorgo che son fuori fase e in anticipo dal numero di cioccolatini ancora da mangiare nel calendario dell'avvento, finché mi risucchia una galassia a spirale dritto dritto nel dna dell'universo e risbucherò fuori nel mattino del tunnel blu senza ricordare nulla tranne una fragranza di buono e bello e uno sventolio di lacci bianchi a collegare il sempreora e il tuttovoglio con un bacio dal cuore del sole di notte, attraverso l’inverno a dar calore al nuovo chiarore.

* scritto da Zu per Post sotto l'albero, dicembre 2008


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Contralba

Apparecchia, disse, che ti mangerò viva. Ti bramo e ti sbrano, ma non tutta, non stare a preoccuparti. Lei, ubbidiente come s'era lasciata abituare, assentì facendo brillare lo sguardo. Le piaceva sdraiarsi su uno dei lunghi tavoli di legno, ancora appiccicosi di birra sversata e unti delle salsine versicolori, le piaceva contrastare il proprio igienismo con quel contatto tra la pelle sua nuda e gli sbriciolamenti residui degli avventori, ragazzi suoi coetanei che come lei vivevano lì quasi ogni serata, però dall'altra parte del bancone.

Aveva preso a rincasare sempre più tardi, ma sua sorella non la sentiva nemmeno, sprofondata nel sonnifero fino alla contralba, così come soleva chiamare l'aurora teorica nell'antracite metropolitana, momento in cui si evocava dagli abissi del nonsogno per arrampicarsi sui doveri lavorativi. Ossia, quando a cervello scarmigliato e barcollante si preparava a presentarsi in ufficio. Sola, da troppo tempo sola in mezzo a 8 milioni di abitanti, la ospitava sul divano letto affinché, sottratta all'obbligo di rimediare i soldi dell'affitto, la piccola potesse trovare anche il tempo di studiare.
Sola era anche lei, "la piccola", dopo avere abbandonato la compagnia dei giardini e l'eterno moroso, rimasto più stordito che addolorato dal suo menevadovianonstiamopiuinsiemeciao. Non avrebbe saputo definire il movente, comunque nessuno glielo aveva chiesto. Essere una ragazzina sintetica e determinata, alle volte veniva comodo. Nel caso, probabilmente avrebbe risposto con uno dei suoi sguardi intensi che lasciavano intendere qualsiasi cosa.

Mica s'era pentita. Studiare, stava studiando quasi zero. Imparare, però, stava imparando: sapeva come servire senza sprecare tempo né energie, come stuzzicare tutti quanti senza trovarsi invischiata in spiacevolezze, come soddisfare lui senza rinunciare mai al proprio appagamento.

Dunque, dopo aver fatto scattare i blocchi della saracinesca, si apprestava a spogliarsi e ad appendere diligente come ogni volta maglietta jeans e intimo prima di allungarsi sul primo tavolo di fronte allo specchio, quando la sua impazienza celata a stento subì un sussulto di arresto. Quanto aveva visto o creduto di vedere nel riflesso non era il solito famelico fauno, ma qualcuno o qualcosa di ben più inquietante. Tuttavia, deglutendo l'ansia e l'ingovernabile palpito, non si sottrasse alla sequela cerimoniale dei soliti movimenti, quelli capaci di attizzarlo irrimediabilmente e perciò altrettanto efficaci nel procurarle il piacere.
Piacere per lei sommo, fatto di potere, di potenza, potere in potenza da un certo punto di vista, ad ogni modo sufficiente a farla sentire per magia fuori di sé in quanto essenza inglobante. Lei era una e nel contempo unita a lui, da cui veniva mangiata e di cui in realtà si nutriva. Ogni volta, per più volte, instancabile.

E anche stavolta, lo percepiva orgogliosa con tutti e sette i sensi, lui reagiva tale e quale a un magnete, calamitato da lei oltre ogni possibile volontà, divorato dalla sua stessa voracità. Fiera, lei, di quella passione smodata. Fiera, lui, bestialmente. Anche stavolta, il suo godimento di ragazzina dea si scatenava. La sacralità dell'istante si eternava di nuovo. Sacrificarsi per lui non poteva inficiare il valore di quella vera e propria idolatria. Lo scintillio della mannaia le si amplificò nello sguardo che gli rimandò intenso più che mai, ancora una volta, l'ultima.

* scritto da Zu il 4 novembre 2008


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Blippando

Il mondo è piccolo e la rete è grande!
posted on Oct 20 at 4:56 pm

Quanto a lungo devi girare intorno a un tema prima di dichiararlo esaurito? Per sempre, ma solo se il tema ti corrisponde.
posted on Oct 6 at 3:03 pm

"Your voice is life itself" le dissi dopo un concerto, e lei mi baciò. Era già bisnonna, con una nipote dalla voce magica.
posted on Oct 2 at 11:07 am

* scritte da Zu su blip.fm, ottobre 2008


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Un po' tocco

L'esplosione atomica, dentro, c'è già stata. Tutto raso al suolo, rimangono solo le intelaiature da facciata, come negli spaghetti western o nelle sagome da foto ricordo finte. Sensazioni, memorie, visioni non sono però andate perdute, bensì digitalizzate. Stanno tutte strette strette, codificate come un calendario maya, sui polpastrelli. Indicizzate, si direbbe, ma anche le altre dita ne conservano il calco parziale. Una leggera pressione e sulla pelle, tua o mia non importa, s'irradierà un racconto, colorato secondo stagione, accorpandosi in forma di flash al formicolio dermico che forse scambierai per una leggera scossa. Di qui al sentimento il passo è breve o impercettibile e le onde faranno vibrare timpani e labirinto, di riflesso però, ché saran le ossa craniche ad accoglierle e ritrasmetterle. Non pensare a un inganno: son cose vere ancorché liofilizzate, vere e naturali, sebbene concentrate. Sono o non sono io a conservarle, seppure immagazzinate in altra forma da quella neuronale. Ritroveremo tutto se m'aiuterai, a mosse di breakdance ricapterai dall'aria elettrica tutte le nostre cariche. Si mischieran le cose, cosa vuoi, l'integrità, ma credi che quel pezzo che di te ogni giorno evapora ti mancherà alla fine, se non te lo dicevo non ci pensavi mica, alle cellule che muoiono di notte e alla loro scia che solo su Tralfamador vedresti intera, un'ombra ambrata dietro e innanzi al tuo presente. Allora, la vuoi questa carezza, vuoi darmi la tua Universale Concezione.

* scritto da Zu il 24 settembre 2008


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A butterfly kiss

Everything Is Illuminated, by Jonathan Safran Foer, is definitely one of the books of my life. It spoke to me, linking everything to everything else, inside and outside, with white strings made of words, with words made of feelings, with feelings made of everywaves, connecting each nowhere to everywhere inside and outside.

Baci a farfalla

Ogni cosa è illuminata, di Jonathan Safran Foer, per me è decisamente uno dei libri della vita. Mi ha parlato, legando ogni cosa a tutto quanto, dentro e fuori, con lacci bianchi fatti di parole, con parole fatte di sentire, con un sentire fatto di ognionde, collegando ciascun altrove all'ovunque, dentro e fuori.

* scritto da Zu il 2 agosto 2008


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Dal cuore dei sogni

Un giorno ti racconterò una storia. Una storia annodata con parole e gesti, su notturni illuminati a giorno. Un giorno, di sera, ti racconterò: ti aggiornerò sugli scenari muti e sugli snodi, e tra le gesta avranno voce anche i non detti, stagliati sullo schermo blu gas del cielo in mutamento, o già mutato.

Quel giorno che racconterò, che storia!, vedrò snodarsi tutto l'intestino, come un cervello sdoganato e crasso, capace d'imbarazzi o di sbottare con egual fatica. Quel giorno annotterà, tu annoterai tutti i paragrafi come ti pare, nessuna remora alla chiglia, puoi navigar come ti dice fato.

Non son sicuro che ci piacerà, non son sicuro. Non son nemmen sicuro che si debba fare. Non son tanto propenso a spubblicare, e non lo faccio. Nemmeno quando il cuore pulsa — no, va be', questa l'ho scritta per il ritmo ma non c'entra. E il resto? dice. Manco.

Di giorno o sera però ci racconteremo. E ci diremo quante luci ancor stanno brillando in mezzo a quegli sguardi. In mezzo, non in te o in me, proprio lì in mezzo, proprio a mezz'aria. Luci o lucciole. Non lanterne rosse, no. Luci o lucciole, o luccichii. Blu.

* scritto da Zu il 5 luglio 2008


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Stay

...riascolto una canzone di Jackson Browne del 1978. Una canzone che sentii proprio quando uscì il disco, il cui vinile ho ancora a Seregno a casa dei miei. Anziché suscitare ricordi particolari, mi ha richiamato praticamente tutta la vita. Era come se sentissi la mancanza di tutto tutto insieme. Non me ne potevo certo rammaricare, ché di grande ricchezza si tratta, sia per il passato sia per il presente, ma nel contempo mi sentivo sopraffatto (forse, soprattutto dalla consapevolezza che non si trattava di un singolo problema, o di una singola assenza, come spesso ci si racconta in seguito per esempio a una delusione amorosa).

* scritto da Zu nei commenti di Narsil, 22 giugno 2008


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Twitterate

Sulla nuova carta d'identità, alla voce "Statura" farò scrivere: ":-D".
09:52 AM May 21, 2008

Rimettersi in moto, sollecitare il ritmo circolatorio di sangue e idee: riappropriarsi di sé rende quasi tutto più facile, anche donarsi.
10:51 AM May 13, 2008

Forse le stelle non esistono veramente, forse sono solo luminescenze di amori dallo spazio profondo.
01:12 AM May 11, 2008

* scritte da Zu su twitter, maggio 2008


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La vita continua

Il cielo è azzurro, il sole splende, il mal di testa non tramortisce la voglia di coniugare un sacco di verbi al futuro. Cosa che funziona solo rispettando l'ordine grammaticale, ossia partendo dalla prima persona singolare per poi arrivare alle altre.

* scritto da Zu il 19 aprile 2008


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Mix and Match

heartfully caring for each other on earth
carving hearts in our heart
dreaming of one hearth to share

3 x 2

volersi un mondo di bene su questa terra
incidere cuoricini nel cuore
sognare un focolare comune

* scritto da Zu il 27 marzo 2008


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Su di me

Poi magari arriva un giorno in cui non ti dà fastidio nemmeno la pioggia, anzi. Stai lì fermo, dopo aver parcheggiato senz'altra difficoltà che il ricordo di un racconto della Munro, capace di scatenare la paranoia di controlli infiniti a tutti gli specchietti e vetri semiappannati prima di pigiare il pedale per muoversi in retro. Stai lì fermo, dopo aver parcheggiato e spento la macchina, ma non la radio. C'è musica, ma tu ascolti la pioggia che suona il tuo abitacolo, un sobrio concerto che risuona anche dentro, serenamente nonostante le nubi. Un ticchettio che lava via senza portarsi via nulla di essenziale, anzi. Rinvigorendolo oltremodo. Poi magari arriverà anche il giorno in cui ripartirai. Per ora, stai lì fermo e ti ascolti.

* scritto da Zu il 4 febbraio 2008


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Vecchie favole

Era Dotto quello che si occupava di nano-publishing?

* scritto da Zu il 9 gennaio 2008


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Ho ho ho

"Vengo da Lapponia, oltre le distese di ghiaccio, oltre le distese di neve. Le renne le ho lasciate a pascolare su una nuvola perché sono timide: ricordatevi la notte del 24 di accendere l'albero e spegnere gli occhietti, che se li aprite scappano via."



Trovarsi dentro a un'azione che hai sempre solo visto da fuori ti fa sentire contento e inadeguato, ma in quei momenti sei una specie di dio, capace di trasformare lacrime in sorrisi, di regalare alla quotidianità un tono sognante, di accogliere l'abbraccio globale di un nugolo di trufolotti felici di attorniarti con la loro magia e convinti che magico sia tu.
Essere stato Babbo Natale per molti bimbi è davvero tra le migliori cose fatte.

* assemblato da Zu per Post sotto l'Albero, 9 dicembre 2007


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Tempo

Non c'è mai il tempo per fare le cose e allora bisogna farle e basta.

* scritto o detto da Zu, 8 novembre 2007


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Prefisso iterativo

Il demiurgo quella volta si arrabbiò tantissimo.
"Ma vi sembra il caso" tuonava rivolto agli elohim, "di baloccarvi in questa maniera, vi rendete conto o no che son cose delicate queste?"
Quelli rallentavano appena, lampeggiando di una vibrazione sincopata, poi il soffio ciclico riprendeva alla solita frequenza multipla.
"Insomma, osservate quale obbrobrio avete prodotto!"
L'armonia iridata si compattò in un coro a luce bianca ed emise un sospiro d'ampiezza galattica, subito disperso dall'incalzare dell'incazzatura.
"Gravati così non riescono nemmeno più a fluttuare in giro, poveri disgraziati, vincolati a quell'unica atmosfera azzurra... e poi, no, non ci posso credere: anche la telepatia avete guastato, me lo dite ora come comunicheranno a distanza? Mmmh, so io cosa vi farei..."
Il girotondo di pulsar arrestò il suo vorticare e si fece verbo:
"Dai, Demy, non farla tanto lunga per un po' di ri-creazione, non è mica la fine del mondo!"

* scritto da Zu il 27 ottobre 2007


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5768

Dammi mele, dammi miele
per ungermi la bocca al mattino
di un nuovo anno
Dammi pane, parole piane
a nutrire
la comprensione del tempo
che ha da passare
Troppa sete, dove siete
fresche acque
dilavanti
fino all'oblio di sé
Dove vola e tinge in viola
le frequenze
e nell'aria le carezze
accese, sempre.

* scritto da Zu il 14 settembre 2007


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Tang*

Qualunque sian le prove che ci ponga
chi può saper dove il destino spinga
qual sia la circostanza e se ci tanga
uno stormir di foglia udito in Congo.
Cercavi la papaya e addenti un mango
ma come puoi saper se hai fatto bingo
Cambiando la vocale indossi un tango
e passi dalla spiaggia alla milonga.

* scritto da Zu nei commenti di Flounder, 30 agosto 2007


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Umanità

L'umanità è un valore imprescindibile: nemmeno la figa sarebbe la figa, senza umanità.
Va pur riconosciuto, invero, che senza la figa l'umanità non sarebbe proprio.

* scritto da Zu nella mailing list della Zonker's Zone, 26 luglio 2007


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Contransia

La semplificazione che porta all'enumerazione è un processo rassicurante quasi quanto l'archiviazione, forma di riordino che fornisce l'illusoria sensazione di controllo su [riempi lo spazio a piacere].

* scritto da Zu il 5 giugno 2007


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Il disegno di Dio sull'uomo

...il disegno di Dio sull'uomo era effettivamente e senza dubbio il tatuaggio più bello del mondo, ma il tatuato s'imbarazzava, lui era uno che avrebbe voluto starsene tranquillo, bere un tè alla menta guardando il sole calare dopo una giornata di lavoro e prima di andare a farsi le abluzioni serali. E invece tutti quanti lo guatavano, timorosi perfino d'avvicinarsi alla radiosità che sprigionava dal cromatismo ineffabile della sua epidermide.
Le donne non erano esenti dal suo fascino, ma nemmeno le più coraggiose reggevano la vista di quel lucore, che le inibiva totalmente. Una vita frustrante, fatta di slanci repressi, di voglie taciute, di rapporti solo sognati. Anche i dialoghi risultavano frettolosi, quando non venivano evitati. Ai suoi spunti, le persone rispondevano tutt'al più con monosillabi, frutto d'improvvisa balbuzie.
Provò la strada del romitaggio, dell'esilio, del viaggio. Passarono così anni di nuovi orizzonti, ogni volta oscurati agli occhi altrui dall'arcobaleno cangiante della sua tela epiteliale.
Solo, solo, disperata meraviglia perennemente fuori luogo.
Fino al mattino in cui le sue palpebre ricevettero il bacio d'un angelo senza ali. Non volle aprire gli occhi, temendo che il sogno finisse. Erano proprio quelle le labbra d'innumerevoli fantasie oniriche, d'impossibili sogni a occhi aperti, le stesse incontrate giù, nell'abisso del sonno più profondo e dimentico di sé.
Così, a occhi chiusi si lasciò baciare, a occhi chiusi rispose all'incanto, con le palpebre ancora abbassate permise alle mani di percorrere il profilo di quella creatura, lieve, morbida e calda come il sangue che ribollendo gli risvegliava le membra, gli rizzava il membro, lo induceva a cercare umido rifugio in anfratti che mai, mai aveva potuto nemmeno pensare di avvicinare, lui, frutto della maledetta predilezione divina.
Si amò attraverso quell'angelo, il cui ansimare era tale e quale al suo, il cui pulsare rispondeva alle stesse impellenze, i cui dolci rantoli lo facevano lievitare, perdere, ritrovare. Esploso e più intero, nel buio blu di mille universi, si risdraiò, senza perdere il contatto tattile.
Poi, piangendo per il timore, aprì gli occhi. Era lì, era vero, un angelo bellissimo ma senza piume, le cui ali erano le mani che lo accarezzavano, il cui volo era l'ondeggiare del bacino che ancora lo provocava e ricercava, il cui sguardo era nelle labbra protese, nelle narici allargate, nel sorriso disteso di un viso stupendo, e nel vacuo biancore di due occhi senza retina.

* scritto da Zu il 18 maggio 2007


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La cornacchia

Quando osservi la cornacchia
da vicino è un poco racchia
sarà il becco che l'invecchia
o il cipiglio che rispecchia.
Se la trovi ad un crocicchio
che elemosina uno spicchio
non ti mettere in ginocchio
è cattiva: stacci all'occhio!

* scritto da Zu nei commenti di Pispa, 26 aprile 2007


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Venus and the Moon

Venere e la Luna, dolcezza in cielo e in bocca. Un crescente che ricorda il novilunio recente, lo scorrere ineluttabile. Una luce riflessa a ovest, luminosità tonda più viva e bianca, pianeta di platino.
Insieme, sguardo e sapore. Buono, dolce in bocca come il profumo degli angeli, dolce in bocca come l'umore della creatura alata. E altrettanto effimero.
Tramontata è Venere, tramontata è la Luna... e qualcuno dorme nel posto sbagliato.

* scritto da Zu per AllaLunA, 19 aprile 2007


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Antiroutine

Prova a far espandere ciascun istante dal di dentro, come un bocciolo che si schiuda, considerando e poi gustando ogni singolo gesto, pensandolo come un privilegio (quello di vivere, respirare, muoversi, fino a sorridere). Il gesto non sarà più identico a un altro e nemmeno a sé stesso, la routine diventerà semplicemente la strada e sarai tu a percorrerla consapevolmente. L'itinerario potrà anche essere lo stesso, ma il viaggio sarà ogni giorno unico.
[verifica tutto ciò in piccole cose, per esempio la prossima volta che preparerai un caffè con la moka]

* scritto da Zu nei commenti di Axell, 11 marzo 2007


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mordi e fuggi

[...]

Atto IV (deriva al largo)
Scordi o struggi.
Cancelli memorie, distruggi ricordi, ma in fondo discordi. Il mondo riecheggia i tuoi accordi, di musica parla e dentro rimordi.
Toccata e in fuga, ma il battito muove con te.

* scritto da Zu per OsservazionePartecipante, 20 febbraio 2007


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OperaMondo

Opera sta lì, a sud di Milano, sede ufficiale di un carcere moderno, tra l'altro. Agli occhi pigri inurbati è un luogo di nulla, sporto oltre le tavole dello stradario, chissà se al di qua o al di là della tangenziale. Periferia per eccellenza, ghetto dei pensieri, stagno del linguaggio, palude del pregiudizio, inconoscibile altrove. Magari non è vero niente, ma chi ci andrebbe mai a verificare, chi vuoi che si muova fin là, chi si smuoverà mai. Eppure basterebbe poco: un concerto una partita un corso, tutta roba provinciale, locale, suburbana certo, ma sufficiente a spostare il baricentro dell'attenzione, come su una googlemap scala 1:1. Meglio ancora, ovviamente, una ragazza: una conosciuta a uno stage a una fiera a un campo estivo o in vacanza, in metrò in corriera al terminal o su un intercity, all'università in ufficio alle corse o all'uscita del cinema, una irresistibile e aliena, una che sembra provenire da non so dove, come dire da un nonluogo o magari da un altro mondo.

* scritto da Zu per OperaMondo, 20 gennaio 2007


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[abbandono]

Termine bivalente, corrisponde alla sofferenza più tremenda e nel contempo fornisce la ricetta per superarla: abbandonarsi con fiducia a quel che sarà.
Nel senso positivo, è ingrediente indispensabile per il pieno godimento dell'arrendersi a sé e all'altro da sé.

* scritto da Zu per Lessico da amare, 20 gennaio 2007


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[:][+][-][x]

call [:] chiama, dice il messaggio; cioè, non so mica se sia davvero un messaggio; a esser sinceri, dargli retta equivarrebbe a una forzatura, a una lettura da pio desiderio, tipo quando ci si fa infinocchiare da un odore rimasto nell'aura e che ci pare presente nell'aria.
dream [+] sogno, l'altra notte; se t'ho sognata, dopo tanti anni che non accadeva, un motivo ci sarà pure; ci sarà, questo non mi pare una forzatura; nemmeno quella specie di kingkong cui apparteneva la manona che usciva dal fogliame per ghermirci, e noi via fuggitivi, insieme, fino a una specie di caserma col portone già chiuso, ma io sapevo come fare a entrare, anche se in realtà non lo volevo.
danger [-] pericolo, quello non c'era più; nessuna paura dei mostri; non più spaventosi di quanto possa esserlo la realtà, volendo; e se non vuoi e invece vuoi il bello, allora puoi, sappilo, è sempre come la storia del tuffo, che sembra più difficile prima di.
say [x] dimmi, con sincerità; esserlo con sé è la cosa più ardua, a quanto pare; rimestati dentro e sorprenditi, scintilla in trasparenza, fai rilucere il diamante che accende ogni cellula se le mani restano aperte fino al sorriso.

* scritto da Zu il 9 gennaio 2007


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Al amisecidod etton

C'è qualcosa di bello in te, in quello che fai, in come sei. Così diceva e diceva fosse questa la prova del ritrovato amore per sé. Sembrava difatti stesse contemporaneamente da entrambi i lati dello specchio, in tutti i sensi. Non solo alla vista, insomma: se ne accorse trovandosi a masticare un torroncino che s'attaccò alle cuspidi e pervase le papille gustative senza prima essere stato introdotto nella cavità orale.
Se ne accorsero in due via via che le sensazioni venivano percepite in assenza di stimolo immediatamente riscontrabile, in una comunione a distanza che fu spesso fonte d'imbarazzo proprio e perplessità altrui, quando non addirittura terrore mascherato.
Tale comunione percettiva originò un rimbalzo d'identità clamoroso ma talvolta comodo, fin dai tempi dei compiti in classe. Il fatto che all'epoca non si conoscessero ancora fu un ostacolo superato non appena impararono a staccare gli alluci dai confini tridimensionali. Cominciarono allora a catapultarsi in qua e in là di anni o lustri, lungo la linea delle loro vite biunivoche.
Viaggiare nel tempo ignorando perfino in quale vita sarebbe avvenuto l'atterraggio era cosa eccitante, ma non scelta: l'ineluttabile guidava perfino il godimento animale, ogniqualvolta per la duplice casualità di un lancio gemellare si ottenevano dadi doppi e coincidenti sospiri d'anima e corpo riossigenati da bolle di istanti atemporali.
Durò in eterno, per tutte le festività di quell'anno bisestile, secondo il loro calendario duale. In alto, frattanto, sfrecciava immobile un'apparizione, la coda di ghiaccio stagliata come saggina sul cielo scuro più del carbone.

* scritto da Zu il 5 gennaio 2007


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Buon Natale in digest

Il problema vero è la digestione. Munirsi di caramelline che favoriscano il rutto incorporato, quello discreto e deodorato, è d'uopo (guarda un po' come s'è deformato opus est, ch'era tanto bellino, persino sull'armi dell'ex produttore dei Beatles). Di digestione, si diceva: digerire, che di gestire la gola non se ne parla, in un giorno di peccati. Peccato essere qui e non essere là, dice all'amante l'amante della vita comoda, intanto che se la gode, la vita comoda; se non fosse per quel problema della digestione, già. Perché non è poi sempre facile mandar giù, riassimilare in sé l'alveo lutulento d'un vivere che non dispiace, per carità, ma che non appassiona quanto l'adrenalinico ricordo impertinente, inopportuno a ripresentarsi proprio insieme al luccichio delle palle dell'albero. Ti ci rifletti e non arrivi a specchiarti, ci rifletti e non arrivi a capacitarti di come il sorriso non si dipinga più degli stessi colori, malgrado le decorazioni e gli addobbi. E i bambini, certo, ragion di vita, uh che belle nipotine, scalpitano puledre uguali a te, ma è quella che avresti voluto fare con lui che ti manca, ti senti monca della mano sua sull'anca e si spegne sulla capanna il brillio dell'astro. L'incastro perfetto stuzzica ancora troppo l'umore, pizzica nelle carni l'ardore, smozzica mezze frasi e dal cuore un salto, piccolino, un'aritmia, mette come virgola un sospiro al tanti auguri che scambi con tanto bene e un po' di rimpianto, un pochino, non più d'un briciolo, ma che dico, solo una goccia, giusto... una lacrima. Buon Natale.

* scritto da Zu per Post sotto l'albero, 8 dicembre 2006


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Chi ben comincia ha già finito

In principio era il Verbo. Il soggetto, implicito.

* scritto da Zu per Fincipit, 25 novembre 2006


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Affacciandomi 2

Affacciandomi alla notte
stanotte la vedo e sento
solo umida e viola scuro.

* scritto da Zu per la tavolata, 22 ottobre 2006


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Paradiso?

Immerso nel blu di mare e cielo blu, mi domandavo: "Come potrebbe mai essere meglio di così il paradiso?"
"Potrei essere con lei", mi rispondevo.
La vita è avanti, ma non riesco a dimenticare quella che sta sopra i suoi fianchi.

* scritto da Zu per Lessico da amare, settembre 2006


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C*lo

Da dietro irresistibile spettacolo appagante
un vero combustibile sia mignon o gigante
Portato con decoro eppure un po' sfrontato
prezioso come l'oro, più buono del gelato
È meglio di un magnete e attira il tastamento
mi rende cieco ariete per tutto il firmamento
Non prendere cappello se sottolineo il fatto:
un deretano bello non ha da esser piatto.

* scritto da Zu il 17 agosto 2006


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Topodramma

La sua vita era un enigma. Trovò l'equilibrio solo trasferendosi nel nucleo storico del capoluogo pugliese.

* scritto da Zu per Topodrammi, 11 agosto 2006


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Così divampa

Lei con passione verbalizza amore
soffia parole un po' come le pare
tu ascolta e gongola ma impara
a ponderare il vero, a far la tara
al fuoco che l'accende e alle sue tare
o infine morirai di crepacuore.

* scritto da Zu per Maltusiani&C, 1° agosto 2006


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Falsi falsetti

Italia: malafemmina pallista e pallonara nel cui tricolore il bello lascia il posto al belletto: distrae col rossetto poi mette il bianchetto sul verdetto.

* scritto da Zu il 29 luglio 2006


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Affacciandomi

Affacciandomi alla notte
t'ho sentita nel soffio del vento
amore che fuggi l'Amore.

* scritto da Zu per Lettere in rete, 23 luglio 2006


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Non far caso

Alle parole dette durante l'orgasmo
A quelle scritte su ispirazione poetica
Alle formule ripetute a iosa
A quelle dette a molti oltre a te
Ai messaggi allusivi
A quelli evasivi
Alle sillabe ingarbugliate
A quelle cancellate
Alle parole ritratte
A quelle che non ti ritraggono

Ai giochi di parole non dar peso
Che non sia quello lieve d'un sorriso
Rimembra invece i gesti e la carezza
Che un tempo ti sfioraron come brezza

* scritto da Zu per Lettere in rete, 7 giugno 2006


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Tiraemolla

in mondi astratti
già ve lo siete detti
vi siete attratti
poi chi la fa l'aspetti
tu la bistratti
ma cogli i lampi amati
e vai nei matti
per gli occhi suoi bistrati

* scritto da Zu per Maltusiani&C, 18 maggio 2006


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Migliorismo

Con Napolitano massima carica dello Stato, finalmente porteremo i cavalli ad abbeverarsi a San Pietro, ma con la cannuccia.

* scritto da Zu l' 11 maggio 2006


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Scritture di strada (7 maggio 2006)

Scrittura di strada
col foglio e la penna
comunque poi vada
per tutti una strenna

ci mandi in sollucchero
e l'uso ci avvinca
di carta da zucchero
e inchiostro pervinca.

* scritto da Zu per Scritture di strada, originariamente nei commenti di A piccole dosi


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Chiamo io

"Allô, allô, allô... Mais non madame, nous sommes plusieurs sur la ligne, raccrochez...": il signor Solo quella sera abbinava un ascolto raffinato alla sua cena. Una pastosa voce di soprano cantava l'ultimo dialogo telefonico di una donna con l'amante. Un dramma di Jean Cocteau, del 1930. Poulenc l'aveva musicato quasi trent'anni dopo, colmando di suono i silenzi della scena. "Ma cos'è realmente la voce umana?", pensava Solo mentre scaldava i crostini con lo chèvre – l'opera era perfetta per un menu francese – e mescolava la ratatouille. Per dolce, una tarte tatin, guarnita di crème fraîche. Su tutto, un beaujolais nouveau.
Sul comodino, dopo cena, lo aspettava Simenon, un nebbioso Maigret d'annata.
La cena era quasi pronta. Ma mentre la soprano ripeteva per l'ennesima volta il suo ansioso allô, suonò il telefono.
– Pronto?
– Buonasera, chi parla?
– Carlo Solo, ma veramente ha chiamato lei, signora.
– Sì, lo so, ho fatto un numero a caso.
– Come, prego?
– Un numero a caso. Lo faccio le sere in cui
mio marito è fuori città.
- Si sente sola?
- Trascurata forse è parola più precisa.
- E trova giovamento con questo metodo?
- Solo a partire dal momento in cui posso cominciare io a porre domande.
- Ma le rispondono?
- Lei lo sta facendo, no?
- Vero. E non è nemmeno così scontato. Voglio dire, la sua voce è suadente, la situazione intrigante, però io...
- Non usi quell'aggettivo, prego: mi repelle, sebbene si avvicini al senso che immagino volesse esprimere.
- ...
- Coinvolgente.
- ...comunque, avevo da fare.
- Vuole che la richiami?
- Va bene... No, un momento: il resto aspetterà. Ho voglia di una sua domanda.
- Bene. Dunque sappia che sono molto avvenente e sensuale; me lo riconoscono uomini e donne, quando s'inebriano di me fin dal primo sguardo. Ora mi risponda d'istinto: perché secondo lei vengo invece trascurata proprio dalla persona che ho scelto di sposare? O dovrei dire accettato di sposare, viste le sue prolungate insistenze...
- Perché è lei stessa a desiderare che sia così. Buonanotte.

* scritto (in 1000 battute a chiudere l'incipit di Paolo Bolla) da Zu per Sedani, 21 marzo 2006


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EvapoRAM

Non hai più molto tempo. Hai trenta secondi. Se non scopri il motivo, la regola, l'anomalia, sarai costretto a scomparire. Ogni trenta secondi, tutto ciò che penserai e scriverai svanirà. E tu sarai intrappolato dentro i tuoi pensieri: evaporerai anche tu, con loro.
Quindi muoviti, sbrigati.
Noi non ti possiamo aiutare, e nemmeno chi ti legge, se sarai così bravo da rigenerarti due volte al minuto così da farti leggere. Se riuscirai a rimanere visibile.
Fai conto di viaggiare su una macchina carica di esplosivo. Sei in corsa, non ti puoi fermare, non la puoi ispezionare. Ma, in corsa, devi riuscire a disinnescarla, in continuazione.
Incomincia adesso. Adesso.
Abbiamo la mano sul detonatore. E una gran voglia di rimanere soli. Senza di te.

Dal cuscino sorrido all’esposizione pubblica della mia bigamia.
- Ciao Renato! Senti... dammi i dati.
- Dati, quali dati?
- Eh, mi serve sapere.
Di più non m’esce, di più non mi riesce. So che c’è stato un incidente, il volo dalla bici, la preoccupazione, volto a terra, per la nonna alla finestra.
- Ciao! Ehi, ciao Renato!
- Uei, te me saludet mai, 'sa ta ghet adèss?
Tutti intorno a me e nessuno che mi cazzo risponde per bene. Ero sopra pensiero, non so se ho segnalato, non ne sono sicuro e non voglio inguaiare nessuno. Se solo... potessi avere i dati.
- Visite uscire!
- Ciao, allora, mi raccomando...
- Ciao, non preoccuparti... mi puoi dare i dati?
- Eh? (Dio mio, ho un figlio scemo).
- Ciao, ciao. Ah, ciao Renato!
L'infermiere sbuffa passando accanto al letto.
- Mi puoi dare i dati?
- Seeh, ciao.
So cosa voglio dire non so dirlo quando la nuvola dalla mente svapora affiorando alle labbra.
Quasi voglia viene di farla finita.
Senza quella botta in testa sarebbe stato più facile. Sì, più facile. Più.

* scritto (in 1000 battute sull'incipit di Luca Ragagnin) da Zu per Sedani, 19 marzo 2006


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il batrace piace

tutto il dì per te mi alleno
a gracidare se riesco
voglio coglier nientemeno
che il tuo bacio principesco

...

storie al ristagno

quando lei disse al batrace
con quel grugno sembri in lutto
lui, per solito loquace,
le rispose con un rutto

vile rospo, sei capace
pur di un atto tanto brutto?
d'esser senza carapace
tu dimentichi del tutto

non è questo che mi piace
quell'amore l'hai distrutto
ecco, sciak, riposa in pace
t'ho schiacciato e ora ti butto

* scritto da Zu nei commenti di el miedo escénico, 28 febbraio e 1° marzo 2006


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Piccola dose

l'azione esogena
su zona erogena
non è patogena
disse mimì

l'atto mutageno
è un fatto endogeno
tosto un indigeno
s'incaponì

ma io da allogeno
per lei mio ossigeno
bomba all'idrogeno
dentro sarò

senza prurigine
né effetto antigene
le zone erogene
sue scoprirò

* scritto da Zu nei commenti di A piccole dosi, 25 febbraio 2006


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92

...quasi ogni esperienza del presente istante richiama un frammento di passato, a partire dal mattino presto, che in data odierna mi coglie a ghiacciarmi il culo sulla plastica arancione appena assegnata alla circolazione cittadina in filobus cadenzati.
Una volta, Carate Brianza e via Farini a Milano erano collegate dal "gamba de lègn", storico tram interurbano sul quale mio padre saliva a Seregno per raggiungere Desio e il suo bancolotto durante la settimana, Milano e la sacra Intendenza di Finanza il sabato, per portare il piego.
Non so più in quale occasione, mi trovavo con lui e mi spiegò il trucchetto che adottava nei primi tempi, quando pativa ancora troppo il freddo di quel lontano settentrione raggiunto per amore: aspettare che qualcuno si alzasse dal legno dei sedili per subentrare, accomodandosi in un posto caldo.
Ove mi dovessi trovare a salirci lungo il tragitto anziché al capolinea, sperimenterò se funziona anche per la plastica arancione di questi filobus. Per oggi, montgomery corto, mi ghiaccio il culo.

* scritto da Zu l' 8 febbraio 2006


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Luminarie zerocinque

Ah, l'ho percepita la derisione negli sguardi, bimbetti da branco sottofirmato. Non vi ricambierò con odio e con rancore perché son pigro e perché il mio ruolo è un altro, oggi e fino a stasera. Scorrere, scorrere, su, e ricordatevi che fino all'altro ieri credevate in me e mi aspettavate, sbarbatelli.

Sbuffo: sotto sudo e fuori sto gelando. Non posso stirare gli alluci negli stivaloni e con 'sti guanti non mi riesce di soffiarmi il naso, lì lì per gocciare. Scuoto il campanaccio e non sento più il ridicolo, dopo tante mezzore di sbalzi termici tra i pochi centimetri esposti e il resto imbacuccato, buffo. L'incedere è pesante, lo ammetto, ma non supporre sia goffo di mio. Tra il grosso costume rosso e quei cartelli addosso, impacciato lo sono di sicuro, ma tu non te la caveresti meglio, credimi.

Mi guardi e non ti rendi conto che non mi vedi, non vedi me. E infatti passi appresso. Io invece ti scruto senza che te ne avveda, gli occhi alle vetrine tra i mille riflessi di luminarie e volti ingolositi o ansiosi, con la bramosia d'acquisto di chi vi si appresta. Il bimbo ti tira la mano impaziente, impaziente sei anche tu e credo insoddisfatta, privata degli scalpitii che non hai più il coraggio di desiderare.

Fisso altrove l'angolo visuale. Il mio sarà un natale solitario, isolato dagli affetti attuali, veri, ex, presunti tali. Non per questo il sale ghiaccia sul barbone bianco: alle lacrimali ho chiuso il rubinetto, ammesso non si siano prosciugate. Tre passi lunghi vociando, tiro su il moccio e annuso il freddo. Espiro: nell’aria il fiato sale a tratteggiare un angelo virtuale.

Perlustri la strada occhialuto di un già vissuto malinconico: attenderai qualcuno o un tram qualunque, ma che ti porti via dal tuo qui, maciullandolo. Per lustri anche la mia di vita ha ristagnato senza che ne fossi consapevole. Al risveglio me ne dolsi, volli recuperar di scatto e finii invece a spiaccicare cuori e arterie altrui, quasi le rovine non bastassero.

Sferraglia e va. Il tuo sarà un natale nuovo: terrai stretti i feticci qualche ora e poi li brucerai al buon augurio d'un perfetto inizio. Ferraglia e ruggine, ciarpame finalmente al suo destino se vuoterai la tazza per poter bere ancora. Per me, vi chiedo solo un pediluvio, di un'ora.

* scritto da Zu per Post sotto l'albero, 13 dicembre 2005


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Col naso all'insù

...stormi e stormi e stormi di uccelli danzanti, spettacolo a sorpresa nel cielo preserale di rondini pronte a migrare, notazioni imprevedibili su spartiti d'aria in coreografie a triplo strato, virate collettive e tracciati da far invidia alle frecce tricolori, felicità e nuvole del cuore che guarda, occhi spersi a ritrovar la gioia del niente anzi del tutto, con quei disegni in divenire che paion miracolo e certo per miracolo solo una, misera, cacchina stacca una macchietta scura sulla spalla impermeabile, imperturbabile io, da non credersi, manco una bestemmiola, che dico, nemmeno impreco, ma riparo alla tettoia dell'82 che lì farà capolinea prima di riportarmi a casa, non prima d'avermi concesso ulteriori sguardi, col naso all'insù, svagato e felice.

* scritto da Zu il 21 novembre 2005


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Il tartufo

Il tartufo m'inebria. Non da sempre: ci sono gusti che richiedono tempo per affermarsi e per affinarsi ed è un bene che sia così. Si evitano gli sprechi. Se non la apprezzi appieno e incondizionatamente, sarebbe ingiusto ingurgitare una rarità che altri potrebbe deliziare.

Da piccolo non lo mangiavo, dunque, ma ne conoscevo bene l'esistenza, avendo goduto del privilegio di partecipare alla sua ricerca. All'epoca mio zio si faceva aiutare dal suo quadrupede preferito: Brio, un cagnone sicuramente di razza, sebbene non sappia quale. In giro per i colli dell'appennino romagnolo, proprio dove più si fanno irti, di pendenza e sterpi, mi si formò il senso della partecipazione a qualcosa di grande, d'importante, al di là dell'immediatamente comprensibile.

Dall'adolescenza in poi cominciai a considerare e poi ad apprezzare e venerare quel misterioso frutto della terra, da inalare e pregustare per poi trovarselo sotto i denti tra le tagliatelle fatte in casa o da provare a scaglie sulle uova fritte. Scaglie sottili da schiacciare tra lingua e palato lasciandosi invadere dall'aroma totale che titilla e sapientamente avvolge gusto e retrogusto.

Solo di recente, pochi anni fa, m'è ricapitato di andare a cercar tartufi. Al femminile, in dialetto romagnolo: la tartoeuffa. Così, di nuovo insieme a zio Aldo dopo qualche decennio, su a inerpicarsi, a sentirlo incoraggiare il nuovo cane, la bravissima e affettuosissima Folie: su veh, tróvla, oi veh, pórtmla, pórtmla. Era primavera, per cui trovammo il tartufo meno pregiato: la marzóla, ma per il palato fu ancora una volta festa grande.

Ieri in terra sabauda ho potuto encomiare un risotto tartufato degno della splendida barbera che l'annaffiava, ma la gola peccaminosa anticipa il piacere prossimo, giacché lo zio, fresco 77enne, m'ha mandato una pallina trovata l'altro giorno là, sui colli dove son nato.

* scritto da Zu per la tavolata, 8 novembre 2005


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[gelosia]

Fauce truce che sbrana, persiana che insicura oscura con falsi retaggi i salsi raggi dell'amore. Tremore inane, vane paure. Cure efficaci son baci e carezze, non altre stranezze.

* scritto da Zu per Lessico da amare, 29 ottobre 2005


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Non è un albergo

Questa casa non è un albergo
ma si prendono appuntamenti
c'è una tosa e vista da tergo
nel ricordo ti dà i tormenti

Ha una fissa per le parole
ma perdona se sei in ritardo
ti sorride, sei un girasole
catturato da quello sguardo.

* scritto da Zu nei commenti di Copiascolla, 18 ottobre 2005


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Di ringhiera

Aveva le mani nodose e gli occhi buoni, l'andatura antica e il cognome di un grande scrittore che quasi certamente le era ignoto.
Abbastanza maschilista da stupire vedendomi stendere le lenzuola: "Ma sua moglie non c'è? Cià che l'aiuto io" e da giustificare a suo modo la scelta femminista di rifiutare per tutta la vita l'idea di sposarsi: "Ho lavato già abbastanza panni per gli altri, senza doverlo fare anche per un marito."

"Sono nata il dieci del dieci del millenovecentodieci", diceva, orgogliosa di salire senza aiuto a novant'anni suonati i sessantasei gradini fino al terzo piano. Per anni sperai nell'installazione di un ascensore nel palazzo, ché potesse goderselo per un po', ma cincischiarono tanto e tanto a lungo che fece in tempo a prendere quello definitivo.
L'unico regalo di compleanno che riuscii a farle accettare fu un vasetto di marmellata casalinga, e fu mia la sua gioia nel vedersi, per una volta, oggetto di attenzioni gratuite.

La ricordo ancora con viva simpatia: anche senza frequentare le rispettive dimore, su questi ballatoi capita di affezionarsi, a certe persone.

* scritto da Zu il 10 ottobre 2005


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[anime gemelle]

già da prima
fino in fondo
ci si conosce

più di prima
vive il mondo
e ti stupisce

* scritto da Zu per Lessico da amare, 9 ottobre 2005


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Va bene così, più o meno

Non vorrei clonarla, non l'accetterei in regalo già fatta, non chiederei uno scambio a scatola chiusa, non pretenderei di predisporla coi desideri già belli accoccolati nell'uovo e pronti a esaudirsi uno dopo l'altro, in sterile fila.
La vita è sfiziosa perché tocca viverla in prima persona.

Avessi una palla di vetro, non guarderei, non leggerei le pose del mio futuro se troppo esplicite in fondo alla tazza sorbita, mi asterrei dal consultare rune che insistessero a formare fraseggi univoci, a dire anche l'indicibile.
La vita è sfiziosa perché tocca viverla all'insaputa.

Spremere tutto il possibile dal qui e ora per coglierne un senso estetico gustarne il tempo empirico assorbirne l'estro mantico ma disvelando il giusto, per occhieggiare divertito al destino, toccando ciglia con ciglia in un palpebrare impercettibilmente complice ancorché di fatto ignaro.

Saperla lunga non mi servirebbe a sapermi nel presente, a spiccare l'istante e in un sorriso porgerlo, per sfizio, anche a te.

* scritto da Zu il 26 settembre 2005


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[gambe]

s.f.pl. - strumento prezioso per deambulare, strumento delizioso da suonare: opportunamente percorso con carezze lingua labbra e denti, produce ansimi, gemiti o addirittura guaiti, specie nella sottosezione "cosce".

* scritto da Zu per Lessico da amare, 4 agosto 2005


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La frase

Fare musica è come far l'amore: spirito e carne tra fuochi d'artificio.

* scritto da Zu per Blubaluba, giugno 2005


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"Dopo di me solo casini."

Quando la politica è tutta un bordello il paese viene mandato a puttane, ma in modo istituzionalizzato. E anche mettendo le Maiuscole, il risultato è il medesimo.

* scritto da Zu per Blogrodeo, 21 maggio 2005


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Pap*

Non è papà un papà se non l'ho accanto
né un papa lo sarà se non lo accento.

* scritto da Zu per Maltusiani&C, 8 aprile 2005 (*)


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"C'è chi tenta di raggiungere l'immortalità attraverso la fama imperitura delle proprie opere. Io vorrei ottenerla non morendo."

Espirando, piangevo. Il distacco, mucolitico naturale, riduceva a frigna ogni mia espressione, a glossolalia ogni esternazione, m'era ignota l'accettazione della mortale condizione. Soffri? Prega. Rassegnazione frammista a fede, la dedizione ai sacri riti sarà la cura, l'abnegazione con cui ci credi la via sicura: dammi fiducia, piccolo infante, niente paura, ripeteva.

Trafelato, traspiravo. Dagli scaffali i volumi pesanti d'altrui dire portavo all'immensa sala lettura, destinati a occhi golosi d'immortalità, l'unica vera: quella delle parole profonde, del verbo fatto inchiostro su carta e rilegato. Vita eterna riconosciuta, mio mistero d'analfabeta, magnitudo testimoniata dal mio sudore, pensavo.

Ispirato, scrivevo. Qualsiasi cosa salisse alla verbalizzazione dalle insondate profondità dell'io ascoso trovava inchiostro in cui mutarsi e foglio ad accoglierla. Scrivevo e non leggevo, ché troppa era la fiumana di parole concetti imperdibili intuizioni per perdermi per la via una sola perla. Via, lungi da me le frasi d'altri, ch'io debbo esprimermi, e per iscritto, perdio, dicevo.

M'incanutii precocemente, però la vita mi sorrideva, e io a lei, salvo quando la malinconia m'assaliva col ritornello te n'andrai anche tu te n'andrai. Tutto cambiò con lo strofinio di quell'idolo. All'animale purpureo scaturito a mezz'aria chiesi subito vita eterna. Assentendo, sparì di colpo. Sbigottii allorché le mani si macularono come l'asfalto caldo sotto la pioggia estiva, ma gli altri segni non tardarono: pelle di tartaruga increspata attorno alla miopia, carni tremolanti di rammarico, biascichio agganciato alla nudità gengivale, io. Invecchiato, non spiravo. Immortale beffa.

* scritto da Zu per Blogrodeo, 4 aprile 2005


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Ogni giorno

Ogni giorno, ogni istante, ogni perla di collana
nel ritorno sono tante le parole che fan tana

ci son moti circolari, ma le gemme assai diverse
dan diversi corollari, nubi di giornate terse

non ripetono nei sogni quello che si vive in piedi
se li dico ti vergogni, forse è meglio se ti siedi

m'han rapito più e più volte per spiegarmi questa vita
le occasioni non son molte, tre respiri è già finita

siano belli oppure brutti gusti odori naso e sguardi
io vorrò saperne i frutti prima che sia troppo tardi

e se poi c'è qualcos'altro: limbo, mito, tunnel blu
viver ora è saggio e scaltro, godi e scopri chi sei tu.

* scritto da Zu il 20 marzo 2005


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Una frase dal palco

Sono nato per essere felice.

* detto da Zu il 19 febbraio 2005


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Il nome della cosa

ANIMONIA, s.f. - Complesso rituale privato in cui si celebra l'unione spirituale di due o più esseri senzienti.
EPIDEROS, s.n. - Affinità immediata, sensualità a livello cutaneo, attrazione a pelle.
GRASTIDIE, s.f. - Prurito sgradevole, talvolta di origine psicosomatica, che determina l'impellenza di un’energica azione volta a provocare attrito o frizione in corrispondenza della zona interessata.
LEMBZA, s.f. - Strisciolina di tessuto, generalmente di cotone stropicciato, ricavata dal corredo di un giaciglio dopo una notte agitata. Riciclabile come accessorio per la pesca sportiva.
METUIRIDARSI, v.r. - Tuffarsi vicendevolmente nello sguardo altrui fino al rimbalzo delle identità.
SGUARDINGO, s.m. - Lo si lancia quando pur essendo completamente affascinati dall'oggetto che si trova nel campo visivo, se ne teme la reazione.
SMORFIANTO, s.m. Abbondante lacrimazione tendente a sfigurare momentaneamente la persona addolorata.
UAU, s.n. - Complimento rivolto con lieto stupore all'amante: “sei il mio/la mia UAU” (il sostantivo deriva da un’antica esclamazione).

* scritto da Zu per Blogrodeo, 10 febbraio 2005


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Aria pura

Di cose da cambiare
la prima della lista
è l'aria che respiri,
lo dicono anche i blog.
E non è cosa dubbia:
con l'arte del purista
impara a dire fubbia,
dimentichi lo smog.

* scritto da Zu il 14 gennaio 2005


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Accadimenti

In quello sguardo erano persi mondi vorticanti. In quello stesso sguardo che il godimento ora tagliava con rara perizia, l'occhio si addolciva lascivo, con l'indecente purezza dei frutti in natura, accalappiandomi nel meraviglioso nulla degli istanti eterni. La natura si godeva la rivincita sulle convenzioni, il piacere sul dovere, la vaghezza sugli scadenzari, mentre mi lasciavo corrompere vibrando all'unisono con quelle sublimi maree.

Non capivo più nemmeno bene dove mi trovavo: tutto era accaduto in poche settimane, ma non avrei potuto ricostruire la storia dei miei (o dei nostri?) spostamenti. Ogni volta era come rinascere, ribattezzarsi alla vita trasfigurandosi fino alla soglia dell'oblio, come passare da bruco a farfalla riscoprendo il volo e la luce improvvisa dopo il buio e il torpore indotto. Da chi, non avrei saputo indovinarlo.

Un nuovo itinerario m'attendeva di sicuro, ma come scovarlo senza svaccare? Nell'illusione di tenere la mente allenata cominciai a contare e ricontare: le parole che immaginavo, le lettere che le formavano e le file sulle quali le disponevo figurandomele nero su bianco, ma ogni volta alla fine il conto lo perdevo, probabilmente sgambettato dalla consonante muta che mi perseguitava da tempo.

Smaccatamente smarrito, ridipinsi la marea per rituffarmi in lei, a rischio di spaccarmi in due. Confidai, a ragione, nella risacca, sintonizzandomi per tempo sul suo andirivieni. Riuscitovi, pensai a un'altra tacca da segnare, rassegnato a farlo su un muro sempre diverso. Riemersi e mi strizzai la casacca, raccattai una pietra tonda e bianca stringendola fino a patirne l'inutilità. Voltatomi, vidi infine la baracca.

* scritto da Zu per H, 22 dicembre 2004


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Microgiallo

"Oh, amore, sì, così, amore... così mi fai morire."
Ma lui, implacabile, continuò a scoparla fino all'orgasmo fatale.

* scritto (in meno di 160 caratteri) da Zu per zop blog, 20 dicembre 2004


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Sotto l'albero

Sotto l'albero mi ci vedo sdraiato: è estate, l'erba sotto la schiena è morbida, lo sguardo vacilla incontrando il felice delinearsi delle fronde stagliate contro l'azzurro. Stagliarsi è un verbo che ha la sua ragion d'essere in quella visione, in quelle foglie aghiformi, in quelle gocce di resina proiettate contro quel fondale.
Il caldo, il calore senza l'afa, l'ozio, il farniente dolcissimo senza il rimorso, l'atemporalità, l'esser fuori stagione senza saldi: l'altro lato del vivere, la faccia festosa della luna.

Sotto l'albero mi ci sento sgranato: eccitate presenze nella mattina pallida, la memoria vacilla incontrando il fugace squagliarsi delle ombre disegnate e il loro sussurro. C'è un album e scolora consuetudini di allora, tra bocce decorate e il nastro di un pacchetto chiuso male.
L'affetto, l'amore senza l'ansia, pazienza d'attesa senza noia, la fiducia, pensare d'esser ora e di poi destinatario d'ogni gioia: festeggiato sul nascere, scherzosa una linguaccia alla fortuna.

Sotto l'albero mi ci sono fermato: destate magre parole nell'alba candida, la visione vacilla incontrando il veloce scordarsi di voi e di me, prima di squagliarmi nella terra e al sole, come burro. Scagliato a scheggia lucerò lontano e allor mi sentirete, intero ad ogni battito, pulsare in un ventre natale.
Un soffio, poco più d'un respiro, tre ondate potenti ad attraversarmi, tanti passi per ritrovarmi pochi istanti dopo, m'è parso, in un soffio, poco più d'un sospiro. Nell'abito nero in tasca gettoni a iosa, ché dopo questa vita ne ho più d'una.

* scritto da Zu per Post sotto l'albero, 16 dicembre 2004


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modulando

vorrei parlar di rima
ma il tema m'è fatale
non so che dir d'altronde
mi sento menomato
e salto la lezion

vorrei tornare a prima
ma senza farmi male
mi vedo tra le onde
nuotare nel salato
cantando una canzon

vorrei parlar di rima
ma quella palpebrale
di come circonfonde
con liquido salato
dell'occhio la vision

vorrei dirtelo prima
ma il tempo di natale
lo spirito confonde
di te sono malato
e sogno il panetton

* scritto da Zu per Maltusiani&C, 8 dicembre 2004


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A bit later

"I liked your flavour."
Pale as those hospital's sheets, he replied: "When I asked you to swallow, I didn't mean you should bite first, honey."

* scritto da Zu per espresso stories, 24 novembre 2004


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(25 parole)

"Mi piace il tuo sapore, sai?"
Pallido come le lenzuola di quell'ospedale, le rispose: "Desideravo ingoiassi, sì, ma non l'avresti dovuto addentare, piccola."

* scritto da Zu il 23 novembre 2004


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"Il sospetto è che tutto questo sia solo un grande inganno"

Eppure ne ero sicuro.
Tutti quegli sms, le lunghe telefonate, gli appuntamenti clandestini, alcune selezionatissime persone care messe a parte dell'intreccio... Quel ritrovarti dopo mesi, anzi essere ritrovato da te, meraviglia inaccessibile, leggere dalle tue parole una passione inutilmente soffocata e tenutami nascosta sino a quel momento. Sbalordire e appassionarmi a mia volta, risponderti, incantarmi del tuo incanto, prima attraverso la parola scritta, poi con le voci emozionate a correre sul filo. Infine il primo incontro da soli, col tremore dell'emozione a condire i baci d'infinito. Nuovamente legati, di certo una storia che procedeva da diverse reincarnazioni, come confermava la sorprendente corrispondenza di sensualità e il brillio che ci avvolse imperituro da lì in poi.
Dunque, nonostante l'incredulità, stavolta ne ero sicuro. Stavolta non mi sembrava nemmeno di avere abbassato le palpebre.
Insomma, sebbene mi ripetessi spesso che era troppo bello, stavolta nel profondo del mio cuore non immaginavo davvero che si trattasse di un sogno, cazzo!

* scritto da Zu per Blogrodeo 1.0, 19 novembre 2004


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Ormoni e pregiudizio

Una città che ti droga: ogni contatto con Torino è stato falsato da additivi speciali. Speciali davvero se sono stati sufficienti ad annullare la forza del pregiudizio.
Da sempre, per motivi forse affini alla frustrazione, detestavo la regione, i suoi abitanti, il capoluogo e soprattutto la sua squadra di calcio. Parlo di quella a strisce, naturalmente: l'unica non colorata, a contraddire nell'assenza cromatica le fantasie essenziali di un bimbo. Squadra che schiacciava le speranze di tanti, vincendo senza nemmeno saperne gioire, mi pareva.
E poi quelle vie squadrate, quei palazzi tetri, quella periferia insopportabile... oddio, non che Milano e hinterland fossero tanto diversi, ma era proprio Torino a starmi sul cazzo.
Invece, grazie agli stupefacenti, ce l'ha fatta. Direttamente in vena mi entrò la giornata dell'undici luglio ottantadue, prima col sole a bruciarmi la pelle incosciente in attesa di Under My Thumb, poi con il corpo che emanava calore rosso mentre saltavo sgolato in notturna gridando "Campioni, campioni". Mi bastò, per anni.
Ci vollero lustri per rollarlo, ma fu strepitoso aspirare il cannone della doppia sensualità fluviale, il fascino delle ascese collinari, l'apertura dell'iride ai panorami fino allora inediti alla coscienza. Al secondo tiro, una voluta abbracciò il centro storico elevandone l'indubbia eleganza garbata.
A quel punto, perfino leziosità altrimenti difficili da digerire come i pomelli di ottone sempre perfettamente lucidi, la cortesia flemmatica quasi irritante, la riservatezza che sfocia in ritrosia acquisirono un loro perché.
Mi calai la pasticca definitiva lo scorso maggio: la città chiuse il cerchio che mi cattura la volta in cui con una scusa ci radunammo fingendoci acculturati pur di gozzovigliare insieme a tavola e a letto. Fu un giorno lungo una settimana, tra un pranzo in osteria e una festa difficile da raggiungere, con l'infinito perdersi e ritrovarsi nella viabilità dell'anima.
Ora basta un richiamo per accorrere, calando da Superga ad abbracciare i sensi unici, i cantieri, le code e i parcheggi impossibili come se fossero il parco divertimenti più desiderabile. Succede, quando il cuore s'apre e fa spazio a quella voglia che sa accendere sguardi e sorrisi.
"Torino ti amo" oggi lo potrei leggere al contrario specchiandomi. Come logo, sulla maglietta mettici pure le tue labbra.

* scritto da Zu per Blog Day Torino, 24 ottobre 2004


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L'acqua

Nel mare l'acqua va avanti e indietro, giorno e notte. Sopra si muovono le onde, sotto le correnti.
Nemmeno nel fiume l'acqua sta mai ferma, ma se s'impigrisce diventa stagnante, da cui il nome.
Nel mare insieme all'acqua c'è il sale, ma non la pasta, nemmeno quando le maree ne fanno un ribollire schiumoso.
In cielo l'acqua si chiama pioggia, ma si vede solo quando viene giù.
Negli occhi l'acqua è ancora più salata che nel mare e te ne accorgi quando scende sulle gote e ti arriva in bocca.
L'acqua sta anche dentro il corpo e ce n'è davvero tanta, però quando si suda diminuisce un po'.
Nell'aria l'acqua sta anche sospesa e allora si chiama umidità.
Quando piove dentro l'anima il cuore s'inumidisce e scende fino ai calzini, ma questa umidità da fuori non sempre si vede.

* scritto da Zu per Lapalissiani&C, 12 ottobre 2004


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Parapiglia e guazzabugli

Il sol pensarti mi porta scompiglio
in te da sempre io cerco un appiglio
lambirti i lipidi è quello che voglio
ma la distanza ahimè si fa scoglio.
Orsù convincimi, dimmi ch'è meglio,
mentre la notte mi passa e ti veglio,
dimenticarti o passare al vaglio
tutti i tuoi colpi crudeli di maglio;
analizzare qual fu quell'intruglio
che per te bevvi e mi mise in subbuglio.
Ma lo prometto, vedrai, mi ripiglio!
Prova a chiamarmi: non batterò ciglio.

* scritto da Zu per Maltusiani&C, 1° ottobre 2004


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Scissione

Separazione: l'esplosione atomica nel cuore. Distruzione e caos. Frantumata la retina dello sguardo sul reale, disintegrate le reti della visione del mondo. Frammenti scagliati oltre il muro dell'urlo, schegge proiettate sullo schermo del nulla che brucia. Ma il peggio è l'implacabile vento radioattivo sul deserto dell'assenza. Disgregazione totale. Eppure, piano piano, singoli atomi monovalenti, vagando, incontrano di che formare nuovi legami.

* scritto da Zu per H, 27 settembre 2004


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Finèster

Guardo fuori e mi dimentico
delle ore già passate
Il paesaggio è un bacio saffico
che risponde a certe occhiate
Pare incanto quel romantico
cielo a praterie rosate
Lassù non si vede traffico...
tranne quello da Linate.

* scritto da Zu il 23 settembre 2004


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Dedicata...

Vita sana e naturale
vorrei dedicarle un'ode
è davvero mica male
dimagrire se si gode.

...a chi ama sostituire la pausa pranzo con una pausa coccole.

* scritto da Zu per Maltusiani&C, 26 agosto 2004


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Al capolinea

"Arco cane!", si era addormentato. Solo la discesa degli ultimi viaggiatori l'aveva ridestato, con il tramestio di valigie borse pacchetti, o forse con l'effluvio che aveva percorso per un lungo istante il corridoio. Movimento d'ambra sul limitare del risveglio, all'apertura delle palpebre non restava che il ricordo di una combinazione perfetta di melanina e crema idratante, un odore bronzeo sortito dai flutti blu di un sogno ricorrente accompagnato dalla colonna sonora della risacca.

A casa non sarebbe arrivato nemmeno quella sera. Non che avesse tutta 'sta fretta: un giorno in più di assenza non avrebbe cambiato le cose, però un po' seccato lo era. Aveva dormito abbastanza a lungo da mancare la sua fermata e le due successive. Si accorse di stringere in mano il quotidiano ripiegato, intonso e già sciupato. Parole di carta e piombo come il suo sonno agitato. Alzandosi, si avvide di com'era stropicciata la sua giacca.

"Andiamo", si disse, non vedendo alternative a tale risoluzione. L'errore commesso lo metteva di malumore, come pure l'arsura che lo tormentava già da prima che se ne potesse rendere conto. La meta indesiderata era un inaccettabile ostacolo ulteriore a frapporsi tra il suo passato e quello che intendeva scegliere come futuro prossimo. Tuttavia, doveva pur superarlo o tutto sarebbe stato vano. Si avviò, dunque, col passo stanco di una vacca.

Aprì lo sguardo sul brulichio della grande stazione coperta, abitata dall'andirivieni vacanziero. Troppo tardi per cercare un convoglio in partenza nella direzione opposta. E prima di qualsiasi altra decisione, urgeva bere. Una bibita in bottiglia di vetro, possibilmente. Refrigerio consolatorio imprescindibile, pestò i piedi il bambino che lo governava negli impeti sensoriali. Il clima era quello di quando la pelle si fa stufato e la camicia ti si attacca.

"Ahhhh!", deglutì soddisfatto, alzando la bottiglietta vuota. Riempirsi e svuotarsi sono le uniche esigenze irrinunciabili, si convinse. Anche nel sesso, soggiunse giochicchiando mentalmente. Giochini, giochi, giocattoli, giocare. Passione era per lui qualsiasi forma di gioco e la vita in fondo l'intendeva così. Per questo, probabilmente, aveva vergato su quella parete il suo numero personale, rendendosi reperibile in forma tanto bislacca.

Amplessi memorabili, peraltro, si erano concretizzati qualche volta anche grazie a sordidi annunci raccolti a caso. Qualche delusione, certo, ma la delusione si attenua annullando le aspettative. Pagare, quello no, mai. Tranne una volta, per una femmina altrimenti irraggiungibile e tanto tanto desiderata. Scoprì il prezzo del desiderio sbagliato constatando il vuoto della corrispondenza mancata, la magia annientata dal profumo di un'economicissima lacca.

"Amore!", urlò in direzione della mora arruffata col trolley nero. Troppi astanti si girarono, lei no. Mollò bottiglietta e giornale prima di vederla sparire e si mise a fendere la folla senza troppe speranze. Oltrepassò le obliteratrici, l'entrata della stazione e la scorse al di là della strada. Attraversando non la perse con lo sguardo e lo stesso fece l'autista che lo investì. Nel trambusto generale si volse anche lei, un viso sconosciuto, a scintillare come la vita che si stacca.

* scritto da Zu per H, 17 agosto 2004


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Mutevolezza

Come lampo d'agosto diuturno
col tocco d'una lieve brezza
l'astro che il giorno è di turno

colora della sua carezza
il cielo che fu a pecorelle.
Perciò, come disse il poeta,

lassù rivedremo le stelle.
Divine parole di seta
sussurro di tenero amante:

l'azzurro d'una luce bella
si schiuse alle labbra di Dante
la notte che andò in camporella.

* scritto da Zu per Maltusiani&C, 13 agosto 2004


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Oi Diablogoi

- Ma Lei mangia sempre così tanto a colazione?
- Ma Lei non se li sa fare i fatti Suoi?
- Forse ha avuto una nottata movimentata. E, nel caso, evidentemente ieri notte mi trovavo nel posto sbagliato.
- Non saprei. Di certo ci si trova ora, nel posto sbagliato.

- Non direi: l'ordine di servizio parla chiaro.
- Dunque non è per caso?
- Eh, no. Anche se devo ammettere che avrei fatto di tutto per capitare qui, a questo tavolo.
- Con un esordio del genere, non potrebbe comunque nutrire speranze.
- Ma non era un rimprovero, piuttosto un apprezzamento.
- ...
- Mi è piaciuto constatare la dedizione totale con la quale si abbandona al gustare.
- E quali pensieri le hanno ispirato... i miei gesti?
- Oh, non mi creda facilmente obnubilabile. Sebbene mi trovi costretto ad ammettere che la mia formazione sessuale sia stata in origine di stampo prettamente pornografico, nel tempo mi sono evoluto fino al sentire oltre le tipizzazioni precatalogate.
- E che cosa l'ha colpita, allora?
- Quello che si smuove quando il Suo essere irradia. Il che mi pare avvenga in modo più palese in concomitanza con le Sue sensazioni gustative.
- Significa che Lei anziché guardarmi la lingua guizzare tra le labbra, la bocca spalancarsi e le spalle fremere, mi stava osservando l'anima?
- Se così la vuol chiamare... Ad ogni modo, non ho potuto fare a meno di avvertire irresistibili richiami olfattivi, proprio in quei momenti.
- E adesso, che cosa sente?
- Innanzitutto, quel che vedo: l'incremento termico del suo viso le causa un lievissimo rossore che definirei civettuolo, se non fossi pressoché certo della Sua sincerità, in questo momento.
- ...
- ...
- Chi sei?
- Uno sensibile a queste cose. A queste.
- Ora non mi dispiacerebbe conoscerti meglio...
- "We have all the time in the world", cantava quello, poco prima della fine.
- Il tempo è una categoria della mente.
- Forse è vero, ma c'è anche quell'ordine di servizio.
- Già. Sei imbottito?
- Certo. E col timer attivato.
- Che roba! Era una vita che non ci credevo più, e adesso che poteva succedere...
- Ma è successo!
- Sì, se il tempo è una categoria della mente...
- È successo: ci siamo incontrati, forse riconosciuti e staremo insieme per sempre.
- Veramente l'ordine diceva di separarsi di una cinquantina di metri, per "massimizzare il risultato".
- Ecco, questa parte delle istruzioni le tralascerei: credo che tre minuti... e quaranta insieme ce li meritiamo, amore mio.
- D'accordo tesoro. Che mano calda hai.
- Che pelle divinamente liscia la tua.
- ...
- ...

* scritto da Zu per Blogrodeo 1.0, 15 luglio 2004


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Re Fuso

Re Fuso non capì mai bene parche fin dai primi tampi il suo destino fosse sognato, né come mai, in età puberale, fu menarca.

* scritto da Zu per jorma, 18 giugno 2004


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BSM

Per l'undici giugno
saremo all'aperto
di ogni mugugno
faremo deserto.

Con questo messaggio
di nuovo ti avverto
riserva un assaggio
al nostro concerto!

Puoi chieder conferma
al pubblico esperto
vedrai, non si scherma
chi avrà già scoperto

le dolci delizie
con cui mi diverto,
di allegre primizie
spettacolo offerto

di quando, già tardi,
il distacco è sofferto
perché come bardi
abbiam riscoperto

che in fondo al tuo cuore
seppur ricoperto
la musica è amore:
di questo son certo.

* scritto da Zu per Black Sound Machine, 10 giugno 2004


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"Cosa pensi che ci sia qui dentro?"

In effetti mi ci ero incantato, stavo lì da un bel po' a guardare, un leggero sorriso a distendermi il volto.
"No, davvero, non so che cosa ci trovi."
Senza perdere la posizione alzai il sopracciglio e lo sguardo pensando di cogliere la divertita ironia della sua espressione. Invece era seria, fors'anche un po' scocciata per via della sineddoche rappresentata dal mio fare e a causa della quale si sentiva sminuita.
Confidando nella sua pazienza e nell'attaccamento che aveva sempre mostrato nei confronti della mia persona e delle mie passioni, tornai a contemplare la meraviglia che mi teneva inchiodato lì da lunghi minuti.
Una bellezza naturale la cui semplicità si esaltava nella percezione del connoisseur, proclive a pregustarne la sinestesia; una presenza nel contempo mitica e reale, l'idea incarnata, il ponte tra tangibile e sovrumano.
"Almeno, il mio ginecologo si fa pagare."
Ci affondai la lingua, per tacitarla, goloso.

* scritto da Zu per Blogrodeo 1.0, 18 maggio 2004

"Cosa pensi che ci sia qui dentro?"

In effetti mi ci ero incantato, stavo lì da un bel po' a guardare.
"No, davvero, non so che cosa ci trovi." Senza perdere la posizione alzai il sopracciglio e lo sguardo, pensando di cogliere divertita ironia. Invece era seria, fors'anche un po' scocciata. Confidando nella sua condiscendenza per le mie passioni, tornai a contemplare la meraviglia che mi teneva inchiodato lì da lunghi minuti. Una bellezza naturale la cui semplicità si esaltava nella percezione del connoisseur, proclive a pregustarne la sinestesia.
"Almeno, il mio ginecologo si fa pagare."
Ci affondai la lingua, per tacitarla, goloso.

* riscritto da Zu per inedita blog, "un post in 10 righe" (edizioni La Lontra), 27 dicembre 2005


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"In quel momento volevo solo scappare."

Sei in paradiso, ci sei davvero, lo sai e cominci perfino a crederci.
Anche se era stato messo bene in chiaro che quel giro oltreconfine era da prendersi "con l'accezione dell'eccezione", non puoi convincerti che sia vero. Soprattutto, non ti persuade che lei ci creda fino in fondo a quella cosa che ti ha detto e ti ha letto, quella di cui si è resa consapevole scrivendone. Parole alle quali avevi gettato un'occhiata dal sorriso tirato, senza capire bene quali fossero le coordinate di quell'insana logica. "Non so spiegarti, è una cosa che sento". "Capisco, ma vedi bene anche tu come stiamo insieme, lo avverti quel luccichio che ci avvolge, quello che sento sulla tua pelle, scorgo promanare dai tuoi occhi, colgo estaticamente nel tuo sorriso..." "Sì è vero, ti amo, ma sento che non sei tu l'uomo della mia vita."
La mia, di vita, era sospesa. La lucidità, impossibile. La beatitudine, invece, era lì, palpabile, vissuta e intensa. E però cominciava a variegarsi di una nota di disperazione, quella di chi si accorge che la sua stella è in realtà una cometa. Meravigliosa, ma irrevocabile.

Ogni passo, ogni respiro, ogni parola viene succhiata con ardente bramosia. Sono perso nel qui e ora, sono felice contro la mia stessa malinconia. In fondo è esattamente quel che succede con ogni cosa della vita. Tutto è transitorio, come insegnava il finale accomodante di Blade runner.
Sì, bell'insegnamento: intanto cerco e non trovo un appiglio per lottare, per riconquistarmi quell'Eden cui mi hanno fatto accedere e dal quale mi annunciano inspiegabilmente lo sfratto. Mi rassegno a godermi quel che c'è, riflettendo che forse le cose cambieranno. Ci vorrebbe un miracolo però.

Mare azzurro di giorno e nero di notte, amore che schianta l'anima e la pelle di godimento. Non mi stuferei mai, è così - lo sai che è così quando ti piace anche il nulla purché sia con lei.
Nel blu serale, la passeggiata sul lungomare è fuori dal tempo: quello atmosferico troppo clemente per un autunno inoltrato, quello cronologico inconsistente e scarsamente credibile per chi sta fluttuando nell'eternità di singoli istanti dalla magia inesauribile. Panchina. Abbraccio. Sguardo all'orizzonte scuro e d'improvviso una luce a mezz'aria, a mezza distanza dalla costa si sposta con moto ortogonale, descrivendo figure geometriche elementari quanto improbabili.
Sono venuti a prenderci? Se è così, con te io ci salgo subito. Con te vado ovunque, con te varrebbe la pena voler scappare da tutto il resto, in qualsiasi momento. Ma quali cieli stai solcando ora, principessa radiosa?

* scritto da Zu per Blogrodeo 1.0, 3 maggio 2004


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"In questo momento il tuo miglior amico è il sonno"

Buio. Silenzio. Dormono tutti, meno male. Anche lei sta dormendo. Meglio, così potrò infilarmi sotto le lenzuola più discretamente. Così non vedrà l'orologio che segna un momento antelucano, troppo lontano dalle consuetudini.
Dorme, quindi non mi toccherà giustificarmi con qualche invenzione zoppicante. Non mi toccherà infrangere anche verbalmente la mia credibilità verso me stesso, di nuovo e per l'ennesima volta elusivo.
Meglio anche perché stavolta ho scelto di non lavarmi, per non perdere l'odore. Finalmente ho capito quel che voleva dire Pino quando cantava Lazzari felici. Però, proprio una di quelle canzoni che mi faceva immalinconire per lei qualche lustro fa. Ironia della sorte, si direbbe.
O qualcosa che non funziona in me, piuttosto. No, in realtà questa volta è diverso, questa volta ho riscoperto l'anima, questa volta glielo dirò.
"Tu credi al karma?" "Uh?" "Perché sai, quando due anime si reincontrano..." "Zzz".
Quella sera il suo sonno m'interruppe, non so se per amicizia. Poi ci ritornai su, un po' forzato dagli eventi, e la cosa venne fuori. Me ne sarei dovuto andare subito, quelli furono gli accordi. E invece settimana dopo settimana qualche intoppo interveniva a rinviare la separazione, finché la magia chimica prevalse su quella karmica e ci lasciammo andare lascivi e stupefatti. Poi, per un po', il nostro migliore amico fu il sonno. Un'amicizia fatta di alti e bassi, in verità. Ricordi, dispiaceri, rancori si assopivano lasciandoci in pace, ma erano sempre pronti a risvegliarsi per pungolare, stuzzicare, torturare, esasperare. E adesso? Adesso non so, mi sa che me ne torno a dormire.

* scritto da Zu per Blogrodeo 1.0, 28 aprile 2004


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"Era meglio morire da piccoli?"

"L'infanzia è l'età più bella..." "Beati loro: che se la godano, questi bambini, finché possono!" "Si è giovani una volta sola." "Cosa c'è di più bello dell'adolescenza, quando hai tutta la vita davanti?"
Tutte puttanate.
Pronunciate da chi ha una cattiva memoria, da chi proietta sugli altri l'ombra delle proprie frustrazioni attuali, da chi crede di vivere e invece replica stancamente lo stesso copione anno dopo anno, stagione dopo stagione, mezzastagione dopo... no, quelle non ci sono più, già.
Puttanate enunciate da chi non ricorda le piccole grandi angosce dell'infante che teme d'essere abbandonato o che si sente trascurato. Le stizze del bambino che si crede ingiustamente limitato da regole incomprensibili. I sensi di vuoto di quando più che la vita davanti, si sentiva il baratro intorno. E i tabù, e l'ignoranza, e i pregiudizi da essa derivati. E il peso delle aspettative altrui: cosa farai da grande? Cazzo, lasciami vivere qui e ora.
Vivere qui e ora. Questo poi, volendo, lo si impara. E in tal caso, ciascun istante attraversato consapevolmente varrà più di qualsiasi batuffolo di peli. E sarà valsa la pena di bruciarseli. Vivendo. Senza interrompersi, senza stagnare. Vivendo e gustando. Senza smettere di affinare la capacità di cogliere tutto ciò che può pervenire ai cinque sensi. E magari scoprire che sono sei o sette, in realtà. Vista gusto tatto udito olfatto anima e amore. Oppure otto, se ci aggiungiamo quel piccolino che qualcuno avrebbe voluto far morire dentro di noi.

* scritto da Zu per Blogrodeo 1.0, 23 aprile 2004


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Maltusiani blog!

Il weblog è quella cosa
dov'è facile esternare,
se ti stanno ad ascoltare
te lo dice Shinystat.

* scritto da Zu per Placida Signora, 16 aprile 2004


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Menù pasquale

Non ho mangiato cuccioli
però ho addentato ciccioli
nel tòrtano acquistato
qui accanto in via Varè.

Se t'accarezzo i riccioli
non mi ridurre in trucioli
perché hai desiderato
un tango col caschè.

E non lo dire a Muccioli
se cedo a certi piccoli
vizietti che ho imparato
tra dolci e narghilè.

Di cioccolato a boccoli
pagato con gli spiccioli
mi sono strafogato
e più non penso a te.

* scritto da Zu per la tavolata, 12 aprile 2004


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Lettera... concentrata in un commento

Ricordati di non evocare troppo il dolore. Talvolta questa è una deformazione che ci permette di sentirci più vivi, più vicini alla grandezza di quel che si è perduto. In realtà ci schianta, almeno finché non siamo in grado di ricordare il bello che c'è stato senza farci risucchiare dai vortici negativi. Ci vuole tempo, ma soprattutto tempo presente, ossia la capacità di concentrarsi su quello che c'è realmente qui e ora e l'abilità di ricentrarsi su noi stessi e su ciò che portiamo dentro (l'amore sta in noi, non là dove l'abbiamo proiettato).

* scritto da Zu per Lettere in rete, 18 marzo 2004


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Occhio

Di quel circo scalcagnato in cui ho sofferto il freddo ma ancor più il pensiero di come dovesse patirlo la giocoliera acrobata semisvestita, attempata madre dal corpo giovane. Di quel circo in cui ho passato una serata compassionevole, con buona disposizione d'animo, prontezza nel giustificare la sospensione dell'energia elettrica, serenità nell'affrontare l'imprevista pausa respirando torce al petrolio animate da clown ragazzini. Di quel circo in cui il presentatore ambiva alla dignità di un grande impresario con le fattezze di un imbonitore da mercatino rionale. Di quel circo in cui gli animali, a parte le colombe ammaestrate, si facevano quasi i fatti loro trottando in circolo a mostrarsi allo sparuto pubblico, a parte il rincoglionitissimo serpente boa estratto e riposto in cassa lignea, con il cavallo entrato a sorpresa e uscito prima che potessimo dire bah, a parte Lorenzo che entusiasta di gridolini ha riconosciuto l'incarnazione perfetta del suo peluche; animali aromatizzati alla segatura, animali un po' frusti anche quando fingevano di obbedire al domatore, come il dromedario acconsentendo ad accovacciarsi; animali vecchiotti, a parte l'asinello nero di 20 giorni che sembrava davvero un peluche, lui; animali così così dunque, a parte l'elefante. Un elefante indiano dal vivo e da vicino, pronto a ballare il valzer, poverino. Un'elefantessa, anzi. Di quel circo, dicevo, mi è rimasto impresso l'occhio di quell'elefante: un occhio che mi guardava come da dentro un'armatura, come da dietro una maschera. Un occhio venato di rosso e patinato di stanchezza, un occhio in bilico tra l'orrore di un errore karmico e l'accettazione del proprio destino evolutivo, in una catena di reincarnazioni non perfettamente a fuoco. L'elefante, anzi l'elefantessa, ha incassato le coccole di Lorenzo, che ha chiesto e ottenuto di poter accarezzare anche la proboscide, ma in quei momenti come in quello della foto ricordo non ho voluto incrociarne lo sguardo. Mi aveva già parlato, l'occhio di un'elefantessa di un circo scalcagnato.

* scritto da Zu il 15 marzo 2004


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Giro di Squonk (in F)

Un dì di febbraio in quel di Torino
città dove Squonk seminò il portafoglio
avvenne un incontro al quale m'inchino,
ché certo mancar di rispetto non voglio.

Non voglio scherzare né prendermi beffe
dell'uomo dal cuore rimasto in Sardegna:
un pellegrinaggio dal magico Effe
lo consideriamo una pratica degna.

I due salutandosi senza parole
a un cenno d'intesa e senza più indugio
in quella città trascurata dal sole
trovarono presto in un bar il rifugio.

Per sciogliere i nervi fu presa la stecca
per scioglier la lingua giù litri di birra
e mentre la gola non resta mai secca
nel cervello brucian l'incenso e la mirra.

E fu una partita guidata dal bere
in cui ogni rutto sembrava un petardo
ma poi giunse il colpo che li fe' tacere
lo strappo che sfregia per sempre il biliardo.

S'adira il barista, un tal Salomone,
"Dannati ubriaconi, vi porto alla neuro!"
ma poi prova a far prevaler la ragione:
"Orsù, risarcitemi seicento euro."

A quelle parole il volto di Effe
si fa cadaverico, bianco lenzuolo
il suo bel compare ne ha viste a bizzeffe
ma sviene a sua volta e s'accasciano al suolo.

Riaprono gli occhi in un'altra stanza
ancelle li attorniano a passi di danza
una meridiana già segna le tre
si accorgon di stare al cospetto d'un re.

"Avete peccato, v'impongo la pena:
voi oggi al crepuscolo, prima di cena,
sarete divisi in questa città."
E aggiunse: "Li voglio tagliati a metà."

Seguirono pianti di disperazione
stridore di denti e lacrime triste
rimpianser gli eccessi della libagione
che li condannavano a cose mai viste.

Mai viste davvero, perché dopo un po'
benché in ogni osso sentissero male
capirono d'essere vivi però
sdraiati per terra dinanzi al locale.

Dall'onta di essere buttati fuori
si alzan malconci, ma dopo un bel grog,
ancora un po' in preda ai freddi sudori,
si scordano l'incubo e tornano al blog.

* scritto da Zu il 10 febbraio 2004


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delirio lunare / 2

Datti a me luna, porgiti croissant. Di te mi nutrirò. Amica di struggente attesa, sai che non placherò la sete suggendo l'aria delle distanze percorse a ritroso. Dimmi allora come, dimmelo.

* scritto da Zu per AllaLunA, 26 gennaio 2004


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Dovunque tu sia

Posami un bacio in fronte e fammi passare tutto.

* scritto da Zu il 31 dicembre 2003


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delirio lunare

Dovrò pur riuscire a ricordarmi, prima o poi, che anche quando non la si vede, lei c'è. E che anche quando ne si vede solo uno spicchio, lei c'è tutta intera.

Dovrò pur riuscire a convincermi, prima o poi, che non ha mai smesso di brillare. E che anche quando gioca a nascondersi dietro la nuvolaglia, continua a brillare per me.

* scritto da Zu per AllaLunA, 22 novembre 2003


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meravigliose labbra

Grazie alla vita che mi si fa musa
a te modella splendida radiosa
grazie alla fica che mi fa le fusa
e mi riaccende voglie senza posa.

Io lambirò quei petali di rosa
finché la mente tua sarà confusa
amo goder con te che sei golosa
di chi con tanta voluttà t'annusa.

Ci scambieremo amore alla rinfusa
mille carezze abbracci baci a iosa
finché di nuovo ai miei sapori adusa
e io ai tuoi sarai mia eterna sposa.

* scritto da Zu per Lessico da amare, 16 novembre 2003


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Su e giù

Altalene, quelle che verticalmente hanno ancora le sbarre anziché le catene. Ce n'è una che descrive quasi un cerchio completo. Lei ci sta sopra in piedi, scarmigliata e col sorriso che urla. Un sorriso insano, con la faccia tirata. Spinge così forte da far temere il distacco delle meccaniche arrugginite e il suo successivo sfracellamento.
Al mio avvicinarsi, l'espressione le muta in un accento di dolore e chiusura. Continua a spingere, anzi lo fa più forte, selvaggiamente e quasi con rabbia.
Giro al largo, ma mi metto lì accanto, come aspettassi il turno. Allora ruota il capo e mi guarda sorridendo. Spinge ancora in modo eccessivo, ma con la gioia di chi se la sta godendo. Capisce che forse mi va di chiacchierare e inaspettatamente si mette a sedere, mentre continua le sue oscillazioni esagerate.
Rallenta un pochino, parliamo. Dopo un po' mi viene di farlo e lo faccio, il gesto di appoggiare la mano sul montante in movimento, movimento che accompagno e favorisco.
Ora so che non le chiederò di scendere: seguirò il ritmo ondulatorio impresso dal desiderio straziato, asseconderò gli impulsi liberatori di chi cerca di strapparsi il passato di dosso pur sapendo di non poter recuperare quanto non è stato vissuto, di non poter ottenere quanto è stato negato.
Se la tua vita ora è l'altalena, quell'altalena, non vorrai scendere. Nemmeno se intorno s'è addensata una presenza impaziente di bimbetti che si domandano come mai quella signora occupi tanto a lungo il loro gioco preferito.
Vi tocca aspettare, piccini. Aspetto anch'io. Può darsi che prima o poi deciderà di scendere e allora magari andremo a farci una passeggiata insieme, forse perfino mano nella mano, chissà.

* scritto da Zu il 23 ottobre 2003


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La lingua

La lingua non serve soltanto a rendere più interessanti i baci. Il linguaggio verbale ha l'enorme potere di determinare almeno in parte la qualità della nostra vita, donandole ulteriore ricchezza, profondità, spessore. Talvolta ci permette anche di acuire la percezione della realtà, cogliendone meglio le sfumature. È uno dei casi in cui si costituisce in strumento di conoscenza. E questo vale anche o soprattutto nell'ambito amoroso.

* scritto da Zu per Lessico da amare, 1° ottobre 2003


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La banda sociale

Noi facevamo musica. Noi gente comune, come te che ci guardi e magari vorresti ascoltarci ora.
Puoi farlo, sai? Guardaci uno per uno e chiudi gli occhi. Dacci un minuto per riordinarci, portare gli strumenti alla bocca, inspirare...
Ora ascolta: noi facciamo musica.

* scritto da Zu per Memoria e blog, 23 settembre 2003


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La stanza della pigrizia

Sulla pigrizia avrei molto da scrivere, ma chi me lo fa fare?

* scritto da Zu per Il Club del Sabato, 15 settembre 2003


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Occhi a specchio

Nella Grotta del Bue Marino, la "sala degli specchi" offre lo spettacolo raddoppiato delle stalattiti che si riflettono in un'acqua limpidissima e fermissima, della quale l'occhio non riesce a cogliere immediatamente la reale profondità. Scrutando ci si perde tra le due visioni possibili, quella del fondo materiale e quella molto più ampia e luminosa del fondo riflesso. E pur sapendolo, si ricade nell'illusione all'occhiata successiva.
Sembra una metafora dello sguardo che rimbalza nello sguardo altrui. Ti rimiro, mi tuffo nel profondo della tua pupilla e mi rispecchio nella tua iride. Lo sguardo mio riflesso nel tuo mi restituisce un io che si sdoppia e si perde, scoppia smarrendosi in te che guardi e mi guardi, raddoppia riconoscendosi nel tuo riconoscimento. E nel contempo tu ti rivedi nel mio sguardo, mentre le identità si moltiplicano come le visioni, si dividono come allo specchio, per poi ritrovarsi intere nel tutto.

* scritto da Zu il 18 agosto 2003


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Grazie

Fin troppo facile dirlo, è vero, ma dato che è ancor più facile trascurarlo dando le cose per scontate, lo dico: grazie.
Grazie a te che mi leggi, grazie a te che ritorni a trovarmi, grazie a te che commenti, grazie a te che mi scrivi, grazie a te che segnali questa pagina, grazie a te che fai rimbalzare parole e idee, grazie a te che le condividi, che in accordo o in disaccordo ti disponi ad accoglierle per capirne le ragioni o il divertimento.
Grazie a te che mi sorridi, anche se lo fai solo col pensiero e da lontano, grazie a te che ti ricordi, grazie a te che nulla andrà perduto, grazie a te che c'eri, grazie a te che ci sarai.
E grazie a te che mi segui da molto (oddio, sono pochi mesi e mi sembra una vita), ma anche a te che capiti qui per la prima volta, per caso (se esiste un caso).
Grazie a te che mi lasci gli auguri, grazie a te che capisci i pudori, grazie a te che me li fai superare, grazie a te che li superi a tua volta.

Probabilmente dirti grazie non è niente di speciale, ma mi fa bene. E non ho bisogno né voglia di fare il cinico o il maledetto.

Quando mi viene da sorridere, lo faccio e basta. Quando mi viene da immalinconirmi senza motivo, cerco di accompagnare il sasso che sprofonda per vedere dove va, ma tento di riacchiapparlo un attimo prima che esca dalla mia portata. In entrambi i casi, te lo dico. Le parole faranno da velo, di sicuro, ma tu saprai farne trapelare la voce autentica.

* scritto da Zu il 25 luglio 2003


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Mezzogiorno di fuoco

Sono andato a mangiare la pizza con una tettona che ogni dieci minuti rispondeva al telefonino, quasi sempre per parlare di figa.

Confesso che in passato mi sono rivolto a lei per... prestazioni particolari. Una volta l'ho chiamata per mia moglie: devo ammettere che da solo non riuscivo a farla arrivare al dunque. Siamo andati noi da lei. Noi, sì, perché ho voluto esserci anch'io. Non che mi si possa definire un guardone, però anche a posteriori non mi pento di avere assistito a quelle scene decisamente coinvolgenti, se capite quel che intendo dire.

Lei, la tettona, anche in quel caso è stata davvero all'altezza della sua fama: ha iniziato dolce e lieve, a sfioramento su mia moglie sdraiata, facendo tabula rasa dell'ansia da prestazione. Poi, assecondando le nude pulsioni che riusciva ad avvertire con grande sensibilità e partecipazione, l'ha condotta fin quasi all'apice. A quel punto le ha fatto spalancare le cosce e con la giusta dedizione... ha tirato fuori il mio secondogenito, Lorenzo. Sì, quella tettona è proprio una brava ostetrica.

* scritto da Zu il 24 giugno 2003


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21 giugno

In un giorno di solstizio
come non approfittarne
volli togliermi lo sfizio
dei piaceri della carne

Lascio perdere il negozio
chiudo la saracinesca
rinunciando a darmi all'ozio
di donnine vado a pesca

E trovatomi lo spazio
nell'agenda di una bella:
"Fin che non ne sarò sazio
mi godrò la camporella".

Mi parlò con voce roca
rimirandomi il prepuzio:
"Qui si gode qui si gioca
io però mi chiamo Muzio".

Tosto il cambio di programma:
abbracciare il sacerdozio,
ritornare dalla mamma,
aspettare l'equinozio...

Ieri giorno di solstizio
in piscina sette ore
oggi pronto per l'ospizio
della pelle dal rossore

Ma non sto soffrendo molto
e cancello la nequizia:
idratandomi riascolto
la canzone della Pizia.

* scritto da Zu il 22 giugno 2003


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Villa Litta

Pedalare in bici con due pesi vivi su seggiolini anteriore e posteriore, scansare i pollini in volo, adeguarsi ai colori detestati che adornano il pallone di plastica occasionalmente a disposizione, mettersi a giocare a calcio con loro nel parco semideserto all'ora del desinare, per questo riuscire a cogliere polifonici cinguettii tra lo stormire di foglie stagionali ospitate da colossi lignei che in memoria conservano anche momenti sublimi condivisi alla loro ombra.

Estraniarsi da ciò che essenziale non è, godere di quanto drappeggia di vita il fluire del tempo, aprire ai prodigi del cuore la realtà circostante, apprezzare gli enormi suoi incanti e piccole magie.

Ripedalare al ritorno dopo lunga e intensa trattativa volta a domare i capricci dell'instancabile torello a un passo dai suoi tre anni, sentire la salita farsi discesa, come è normale che sia, ma come ci si dimentica accada sempre nel vivere, arrivare a destinazione.

E ora, nella parziale tranquillità delle sensazioni che approssimativamente si lasciano travasare in sillabe, rimirare da qui l'azione del vento, sapendo che qualora decidessi di uscire si porterebbe via lontano la mia anima in un soffio vitale.

* scritto da Zu il 3 maggio 2003


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Nonno Giuseppe

Dev'essere stato il 1978 quando passammo tutti insieme la Pasqua a Napoli. Una folla di affetti: papà, mamma e nonna Teresita più noi 4 figli tutti a casa dei nonni Giuseppe e Nunziatina (l'unica a non tramandare il nome ai nipoti, per opposizione di noi fratellini più grandi, che decidemmo quello dell'ultima arrivata: Simona).

Nonno Giuseppe era di animo buono come il marzapane e la sua gioia maggiore era nel dare: sembrava un bambino quando ci regalava le banconote nuove che andava personalmente a ritirare per tutti i suoi nipotini (più o meno una squadra di rugby). A farlo contento bastava davvero poco: ricordo ancora il suo orgoglio di quando ricevette una mia letterina (alle elementari scrivevo bene) o di quella volta che fui io ancora bambino a sostituire mio padre nel controllo telefonico dei numeri estratti. [Questo perché mio nonno, che prima di mio padre aveva lavorato una vita al Banco Lotto, una volta in pensione andava il sabato mattina all'Intendenza di Finanza di Napoli, dove si faceva consegnare il Bollettino Ufficiale che sarebbe servito per verificare con una rituale telefonata che le Estrazioni del Lotto recitate dalla TV fossero esatte.]

A farlo contento bastava poco, dicevo, ma la felicità piena la raggiungeva con la presenza fisica dei suoi cari. E quella volta eravamo tutti lì: tutti e sei i figli e il nipotame al completo. A distanza di tanti anni, quel soggiorno si condensa nell'immagine di un suo gesto: anche se già mi ero allontanato dalla fede religiosa, fu bello vederlo con un ramoscello d'ulivo in mano benedire tutti noi riuniti intorno a una tavolata enorme. Non sapevo che sarebbe stata l'ultima volta.

* scritto da Zu il 19 aprile 2003


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USAmfetarime

Sono un'aquila col becco
nella stiva porto un pacco
se di bombe fossi a secco
ciò sarebbe un grande smacco
e ci resterei di stucco
col morale che va a picco
dunque per non parer gnucco
ogni giorno m'impasticco.

* scritto da Zu il 5 marzo 2003


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Il tuo bacio è come un blog

Per un bacio sul tuo blog
faccio subito il login
muovo abile il mio mouse
quando aggiorno faccio ping.
Mi fa effetto questo post,
lo commenterò così:
"Oh-oh-oh-oh-oh-oh-oh
il tuo bacio è come un blog!"

I tuoi baci non son semplici baci
io ti linko ma tienili per me;
nei commenti, bambina tu mi piaci
e dico "Blo-blo-bloggami così!"

Vuoi postare sul mio blog?
Devi scrivere al login
questa password che ti dò,
non confonderla col link!
Ho cambiato username
oggi chiamami Mimì
"Oh-oh-oh-oh-oh-oh-oh
il tuo bacio è come un blog!"

I tuoi baci non son semplici baci
io ti linko ma tienili per me;
nei commenti, bambina tu mi piaci
e dico "Blo-blo-bloggami così!"

Il tuo bacio è come un blog
che mi fonde i permalink
tu fai muovere il mio mouse
come fosse un token-ring.
Bimba tu mi dai lo choc
e perciò posto così:
"Oh-oh-oh-oh-oh-oh-oh
Oh-oh-oh-oh-oh-oh-oh
Oh-oh-oh-oh-oh-oh-oh
il tuo bacio è come un blog!"

* scritto da Zu il 5 febbraio 2003


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